L’opinabile giustizia della guerra

Danger of nuclear war illustration with multiple explosions

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1991 ciascuno di noi si è fatto un’idea precisa della guerra. Quelle immagini, trasmesse dalla CNN, hanno alterato le nostre posizioni rispetto ai conflitti, il bombardamento su Baghdad ha sancito la partecipazione dello spettatore di fronte ad uno schermo. Fino ad allora, infatti, pur avendo nozioni scolastiche sulla guerra, nessuno avrebbe potuto descriverla, perchè, nessuno, effettivamente, ne aveva avuto percezione visiva. In quella gelida notte invernale, gli occhi rattrappiti del Mondo hanno espresso un giudizio, discernendo tra innocenti e assassini, rielaborando un concetto bellico di giustizia che, per forza di cose, doveva essere relativo.

Nel corso dei secoli, infatti, l’approccio dell’uomo alla guerra è mutato sensibilmente, condizionato dai cotè di epoche troppo differenti. Da una rapida carrellata letteraria, potremmo accorgerci, tout court, che molti autori hanno affrontato il tema, per giungere a conclusioni, spesso, antitetiche. Se, infatti, per Eraclito lo scontro era il re di tutte le cose, è stato Omero, nell’Iliade, ad esaltare forza e ardore di eroi eterodiretti dagli Dei. Mossi da onorevoli motivazioni, questi leggendari guerrieri non si interrogavano sulla giustizia delle loro azioni ma sull’esecuzione del compito che le divinità avevano loro assegnato. Per i Romani, invece, la contesa riguardava, soprattutto, ideologie caldeggiate da eserciti guidati da uomini impavidi.

L’homo faber fortunae suae di Sallustio ci introduce ad un Medioevo di ostilità religiose e mercantili, anche con la lotta tra islamici e cristiani, come nella crociata di Papa Innocenzo III, nel 1208, contro gli eretici albigesi. L’uomo artefice del proprio destino, e, per questo, nobilitato da fini di conversione, protagonista della valorosa Chanson de Roland, e origine dell’espressione “guerra giusta” di Sant’Agostino, presa in prestito, più tardi, dai futuristi Marinetti e D’Annunzio.

La rivoluzione vittimaria del Primo Novecento ribalta, però, la considerazione del soldato in trincea, sia egli disteso a terra per evitare le bombe (“La Certosa di Parma”, di Stendhal), sia rinvigorito da stenti divenuti, poi, stimoli di redenzione (come nell’antecedente opera di Hugo, “I miserabili”). Persino il carnefice raccoglie i resti di un’effimera vittoria. A capirlo fu, nel 1918, un giovane autista americano. Ferito mentre guidava un’ambulanza della Croce Rossa al fronte del Piave, il ragazzo viene trasportato d’urgenza in ospedale dove si innamora dell’infermiera Agnes von Kurowsky e scrive il celebre “Addio alle armi”, manifesto del pentimento pacifista successivo alla Prima Guerra Mondiale.

Il suo nome è Ernest Hemingway la cui “ponderata opinione è che a combattere le guerre siano le persone migliori…”

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