Homo “FABER” fortunae suae

deandrè

Nella mappa geografica del sentimento popolare occupa ruoli diversi e lontani, perché lontana è la citazione di Appio Claudio Cieco. L’uomo artefice del proprio destino, un poeta nato ricco nella Genova bene, consacratosi nel mito come una sorta di santo bohemien, di poeta anarchico. Perché diversi, in fondo, sono i contesti, le dimensioni nelle quali ha espresso la potenza e la raffinatezza del suo talento.

Fabrizio De Andrè, “Faber” per tutti, il più amato dei cantautori, per ogni sua parola, ogni suo verso, ha regalato bellezza e dignità agli uomini, agli emarginati, alle sue anime salve.

Fabrizio con quel volto elegante, da signore, uscito quasi da un ritratto di Francis Bacon, quell’espressione un po’ così di chi sa che l’arte, volendo, può essere la più radicale delle forme di lotta. Quella voce profonda, evocativa, inconfondibile, levigata, per anni, da torrenti di nicotina.

De Andrè e la sua solitudine, necessaria per non perdersi nel caos, per non abbandonarsi all’assoluto, specialmente per non farsi contaminare da passioni di parte. De Andrè e la sua fede, una “Preghiera in gennaio”, scritta in memoria dell’amico Luigi Tenco. 

Ibrido con lo stesso linguaggio e la stessa energia per rivoluzionare codici ormai consunti, con l’unico fine di riscattare gli ultimi, le minoranze, fossero pastori, emigranti, isolani, indiani d’America o ‘’bocche di rosa’’. De Andrè con le sue invettive in forma di ballata, contro ciò che veniva considerato sacro ed intoccabile, con disprezzo all’autorità del potere costituito, con l’antimilitarismo convinto de ‘’La guerra di Piero’’, soldato che sceglie di morire piuttosto che uccidere.

Faber con quella rabbia dentro ogni rima, con quegli anni chiusi in un pugno, con quei polmoni incatramati. Bersaglio sempre centrato che ha combattuto e vinto insieme, cicatrizzando le sue e le nostre ferite, accogliente nel suo magnifico e splendido isolamento, cambiando la storia della musica in un armonico Sand Creek .

 

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