Coccole senza ritegno

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Una breve chiacchierata con una semplice mamma.

Un legame e un viaggio condiviso che passa sui binari di una corsia non prevista: i corridoi illuminati dalla luce pallida di tanti neon: l’ospedale e quella vita cambia forma. Cosa si prova nel combattere una battaglia che non ammette tentennamenti o momenti di pausa?

Partendo da una citazione del film “ La grande bellezza” ad un certo punto viene chiesto alla “santa” una suora vecchia e silenziosa di spiegare cosa è la povertà , e lei risponde più o meno,” la povertà non si spiega , si vive!”. Ecco io non posso spiegare questo dolore, io lo vivo ogni giorno costantemente.  Questo non significa che  non ci siano momenti belli, anzi , per certi versi la felicità è raddoppiata. Ridiamo e ci abbracciamo per ogni sciocchezza, non perdiamo tempo. Ricordo perfettamente anche l’ultimo anno di vita con mio marito, il più bello, perché il più consapevole .

Io no so quanto tempo ci resta e né lo voglio sapere. Voglio solo viverlo

Affiancare nella lotta e mantenere la mano resa debole dal cancro. Affiancare e mantenere: ci racconta questi due verbi entrati a far parte della Sua quotidianità?

Quello che mi rammarica di più è non sapere fino in fondo cosa prova davvero, cosa pensa davvero un malato di cancro e fino ad oggi non lo posso sapere perché non mi sono ammalata, quindi posso solo affiancare e sostenere chi  ne è colpito. Quello che mi impensierisce di più però e se un giorno anche io dovessi ammalarmi , mi preoccupa se una volta ammalata mi rendessi conto di non aver capito nulla e mi rendessi  conto che quello che ho fatto per le persone per me più importanti è stato  sbagliato, che non le ho aiutate ma che in verità , sono stati loro a sostenere me. Questo mi addolorerebbe all’ennesima potenza e mi farebbe morire di crepacuore, prima del cancro.

Una Mamma e suo figlio: le mani che dolcemente avvolgono i fianchi di quel bambino diventato adulto. Ci racconta i gesti con i quali esprime l’amore per suo figlio?

Io e Giuseppe e anche Francesca siamo sempre stati molto fisici nelle nostre dimostrazioni di affetto. Da quando è morto il papà , ma anche da prima ( forse mio marito era meno espansivo con le effusioni) e fino a che non sono diventati adolescenti, abbiamo dormito tutti e tre insieme nel lettone abbracciati. Ci sosteniamo a vicenda , ora separatamente, io e mia figlia, io e mio figlio, Giuseppe e Francesca al momento meno , ma sono adolescenti. Quando hanno operato Giuseppe agli inizi dormivamo di nuovo insieme e io gli tenevo sempre la mano. Ora che sta meglio ovviamente, non più, ma è sempre alla costante ricerca di coccole e a me non me ne frega niente io gliele do tutte , davanti a tutti e senza ritegno e degli sguardi a volte straniti degli altri , non me ne frega assolutamente niente .

Gli occhi di suo figlio hanno il colore del mare che, attraverso le onde, porta sempre un po’ di speranza. Ecco che irrompe il verbo “ sperare”. Oggi qual è il suo rapporto con la speranza?

Qualche tempo fa , sono stata ad un incontro con una scrittrice che presentava un suo libro e alla fine della presentazione, molte cose che aveva detto, mi avevano colpito, quindi mi sono avvicinata e abbiamo iniziato a chiacchierare e abbiamo scoperto di avere , per certi versi, un vissuto comune e quindi la sintonia era stata immediata. Anche lei era vedova  e aveva perso come me l’amore della sua vita ed anche lei, come me , aveva avuto dopo questa perdita, un’ esperienza amorosa disastrosa dalla quale  ne eravamo uscite distrutte. Ecco alla fine di questi nostri confronti la scrittrice mi chiede a brucia pelo: “Ma tu credi in Dio?”. Io rimango un po’ stordita dalla domanda  perché , sono cattolica praticante , ho sempre vissuto cercando, dubitando, credendo di avere fede, ma quella domanda a brucia pelo, mi aveva spiazzato. “TU credi in Dio?” Dopo qualche secondo le ho risposto, io in questo momento spero in Dio. In questo momento per me la speranza è tutto .

Le regalo una scatola di colori, quali tra questi oggi La rappresenta maggiormente?

Il colore  è il blu.


Di Giuseppe Leonetti

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