Il prof. Giorgio Gregorio Grasso e Sky Arte per Fidelis Arte Prima Edizione incontra Spazio M’Arte Brera-Milano

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L’artista Gianfranca Ricciardelli, Nicola Miracapillo, e il canale tv Sky Arte vi aspettano nella meravigliosa Chiesa di San Domenico ad Andria, per un viaggio artistico verso Milano.

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11-13 Gennaio 2020
Ingresso gratuito
11 Gennaio Inaugurazione ore 19.30
12 Gennaio ore 10.00 – 13.00; 17.00 – 21.00
13 Gennaio finissage ore 20.00
Visita guidata al Campanile dl San Domenico.


La redazione di Anima in Penna

La rivoluzione musicale dei Blonday

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I Blonday sono un gruppo musicale formato da 5 componenti: Valeria Mosca (voce), Peppe Fortunato (tastiere), Pino Mazzarano (chitarra), Pino Santoniccolo (basso) e Michele Abruzzese (batteria).

Contenitore musicale d’avanguardia, grazie ad una performance eclettica che spazia dalla musica italiana e internazionale, toccando generi musicali come il soul, pop, jazz, rock e disco music.

I Blonday rappresentano la rivoluzione musicale nel panorama pugliese, uno stile rivisitato, il loro, la sintesi perfetta fra competenza e passione, è il classico che abbraccia la novità, un terremoto sinfonico che scuote melodie anacronistiche impresse nella modernità retrò, ossimoro di un vento che trascina via i vecchi stereotipi per ammiccare ad un pubblico più eterogeneo.

E, allora, restate in ascolto, i Blonday ci faranno divertire, ballare ed emozionare come non mai…


La redazione di Anima in Penna

Tolo Tolo: il vanitoso declino di Checco Zalone

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La vanità è un pappagallo che salta di ramo in ramo”. A citare Gustave Flaubert è Checco Zalone nel suo nuovo film mellifluo, per dirla alla Salvini, “Tolo Tolo”, prodotto dalla Taodue, dalla Medusa e da Pietro Valsecchi. Accantonata la regia di Gennaro Nunziante, Luca Medici fa il suo esordio dietro la cinepresa come un deus ex machina che ammicca alla superpotenza nietzschiana comica.

Avvalendosi, per soggetto e sceneggiatura, della prestigiosa collaborazione del navigato Paolo Virzì, Checco Zalone affronta, da neofita, la sfida del quinto lungometraggio, percorso sterrato intrapreso da solo, anzi, da “tolo“ (disfemismo linguistico del bambino che, in seguito, adotterà), sulle orme del precedente lavoro “Quo Vado?”.

Una corsa ad ostacoli, migrazione inversa, luoghi esotici e lontani, la spasmodica e affannosa ricerca nel consegnare alla pellicola un barlume di azione che sopperisca alla stentata satira di temi, certo socialmente più evoluti, ma assolutamente triti e ritriti.

Preconizzato, in maniera geniale, da un videoclip a mò di trailer, Zalone ha spiazzato tutti con la solita controversia suscitata da un’attualità banalizzata fin dal primo frame, l’autodichia di un’Italia stereotipata, gli ossimori di uno sbarco in Libia minacciato dalle bombe di Haftar, le guerriglie anacronistiche di miliziani dell’Isis o di Boko Haram, un mal d’Africa sussurrato a voce grossa e grassa attraverso l’indigestione della desertica transumanza, sorseggiando acqua contaminata al gusto del tè di Bernardo Bertolucci, o di quello con Mussolini di Zeffirelliana e compianta memoria.

Proprio i riferimenti al Dux collocano Zalone nel limbo non solo territoriale, raccontato da “Tolo Tolo“, ma anche concettuale di chi intende esorcizzare il fascismo, annientandone l’apologia, stratificandone gli ideali, defenestrandone motti e citazioni, in una sorta di Legge Scelba che attecchisca, come humus, nel campo profughi di rifugiati politici e/o economici.

Il cameo di Barbara Bouchet, Enrico Mentana, Massimo Giletti e Nichi Vendola non conferisce alcun picco emozionale a quello che si appresta a diventare l’ennesimo successo al box office, l’ennesima melomane vetta da scalare nelle classifiche musicali, note, ancora una volta, sublimate dal talento di compositore di Zalone. L’omaggio a Nicola Di Bari, invece, non è altro che l’epifania amorosa nei confronti di una Puglia che si estende da Spinazzola a Gravina, da Minervino Murge alla provincia Barletta-Andria-Trani.

In “Tolo Tolo“ Checco Zalone incarna l’imprenditore medio, l’arrivismo estremo vidimato dall’ascesa politica di uno sguattero che pare fare il verso al nostro Ministro degli Esteri, ruoli apicali da assegnare con la stessa logica del Manuale Cencelli, il comma 22 che Joseph Heller menziona per evidenziare l’apparente scelta di non avere scampo, banche e barconi, eroe dei due mondi che zampilla fra più continenti, come un garibaldino pappagallo o un’infantile cicogna che salta di ramo in ramo in ossequio alla propria vanità.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

La Dea Fortuna: tra segreti, paure e amore ritrovato.

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Alessandro, nei panni di Edoardo Leo, e Arturo, nei panni di Stefano Accorsi, sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta cedendo al tempo che passa. Alessandro, idraulico affascinante che “porta a casa il pane”, Arturo, traduttore che vive una vita statica e di rimorsi: non è diventato né uno scrittore famoso né un professore universitario, soffre l’assenza di un rapporto non solo fisico ma soprattutto verbale con il suo partner Alessandro.

In questa routine, ormai rigida ed immobile dei due protagonisti, entrano impetuosamente Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli, Sandro e Martina, così tutti gli equilibri apparentemente saltano, o meglio si modificano in toto.

Annamaria deve sottoporsi ad alcuni esami medici ed affida, così, i figli alla coppia di amici, che si troveranno davanti ad una responsabilità mai prevista: relazionarsi con due bambini, che aprono loro gli occhi, ponendoli davanti ad una cruda realtà che li porta a chiedersi chi sono veramente.

La dea Fortuna, ultimo film di Ferzan Ozpetek, narra degli sguardi fissi e sfuggenti, dei rapporti umani che in quanto tali sono complicati e mutevoli, dei passati ingombranti, come quello di Annamaria, che da bambina viene rinchiusa, insieme a suo fratello, in un armadio sarcofago da sua madre.

 In una società troppo superficiale, quanto social, lo sguardo diventa il mezzo principale per condurti dritto al cuore, infatti “come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, prendi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.

Questo è l’insegnamento che Annamaria lascia in eredità ai suoi bambini, affinché possano imparare a guardare profondamente negli occhi e a distinguere il bene dal male.

Sandro e Martina, seppur piccoli, hanno già imparato a guardare dentro, in quegli occhi che sono lo specchio dell’anima, ed hanno aiutato Arturo e Alessandro a ritrovarsi, a guardarsi ancora negli occhi e a perdonarsi, perché in fondo, in questo film che ha uno sfondo drammatico è l’amore che vince e che riporta a galla, un amore che supera i limiti dell’omosessualità, un amore che rende genitori non di sangue ma di cuore proprio Arturo e Alessandro.


Di Alessandra Gattullo

Siamo uomini e donne meno fortunati di altri

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Siamo uomini e donne meno fortunati di altri, siamo tanti e ogni anno, purtroppo, destinati a crescere perché i disastri italiani continuano a ritmo incessante. La vita ci ha messo alla prova togliendoci gli affetti più cari, scomparsi sul lavoro, per l’amianto, sotto le macerie di un terremoto, dentro le loro case incendiate da un treno carico di GPL, sotto il crollo di un ponte o di una scuola elementare… Passiamo anni dentro le aule dei Tribunali e sopportiamo processi lunghi e dolorosi. Tutte le associazioni che fanno parte della nostra Rete Nazionale aspettano una giustizia che stenta ad emergere, un diritto sacrosanto che il nostro Stato dovrebbe rispettare perché sancito dalla nostra Costituzione. Abbiamo incontrato più volte il Ministro della Giustizia che ci ha ascoltati, ha accolto le nostre richieste sintetizzate in un documento dove chiediamo 4 punti fondamentali che possono portare un contributo alla Riforma della Giustizia. Uno di questi è la Prescrizione che finalmente è diventata legge ed entrerà in vigore dal primo gennaio, congelando il decorso una volta chiuso il giudizio di primo grado. La Prescrizione ha colpito duramente i processi di molte nostre associazioni e lo farà con altre nel prossimo futuro, cancellando di fatto molti capi di imputazione per cui gli imputati dovrebbero essere giudicati. Per i familiari delle vittime questa legge rappresenta un traguardo importante, è una garanzia per il giusto riconoscimento delle nostre ragioni. Quindi seguiremo con attenzione il dibattito parlamentare dei prossimi giorni, sostenendo il Ministro Alfonso Bonafede, riservandoci di essere presenti davanti alle sedi opportune, nel caso in cui questo importante risultato venga distorto o perda di credibilità.


Gloria Puccetti

Presidente del Coordinamento nazionale “Noi non dimentichiamo”

Comitato Matteo Valenti

Vittime della scuola di S.Giuliano di Puglia

Associazione familiari vittime Thyssen Krupp

Moby Prince
Comitato familiari Vittime casa dello studente

Il mondo che vorrei Associazione vittime Salvemini

Associazione 309 martiri dell’Aquila

Comitato parenti vittime Ponte Morandi

Associazione Ilva di Taranto

Adele Chiello crollo torre Genova

Associazione Anna Aloysi incidente ferroviario Andria e Corato

Comitato Emilia Vite scosse

Associazione Il sorriso di Filippo

Fondazione 6 aprile per la vita

Comitato vittime di Rigopiano

Terra in Arte – Gianfranca Ricciardelli e Nicola Miracapillo dal 15 al 17 novembre al Borgo Montegrosso

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L’appuntamento è fissato dal 15 al 17 novembre, presso Palazzo Ducale Belgioioso di Montegrosso. Artisti del calibro di Valentina Zingaro, Teresa Di Renzo, Mariella Sellitri, Pasquale Brizzi, Riccardo Campanile, Nicola Miracapillo e Matteo Leonetti daranno vita ad un progetto pittorico, scultoreo e fotografico che affonda le radici nell’humus culturale e tradizionale della nostra terra.

Con un mix di creatività e bellezza, l’associazione “La Piscara”, attraverso l’appassionata dedizione del presidente Nicola Miracapillo e il gusto artistico di Gianfranca Ricciardelli, organizza una mostra contemporanea, “Terra in Arte” appunto, che ammicca alle opere locali conservate nel Borgo.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Come aiutare la Street Art – La storia di Giuseppe Di Corato

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Voglio raccontarvi quello che sta succedendo a mio zio Giuseppe (da noi chiamato affettuosamente “Zio Peppe”).

Alla fine del mio racconto, sicuramente qualcuno di voi ricorderà di averlo incontrato.

Da molti anni, soprattutto durante la bella stagione, è presente al Castel del Monte per dipingere e offrire i suoi quadri ai turisti che quotidianamente visitano questo bel luogo.

Non vende cianfrusaglie, non vende souvenir locali di produzione “Made in China”, vende il frutto del suo lavoro artistico ed artigianale. Da autodidatta.

Sicuramente la sua è una presenza consueta in tutte le piazze ed i luoghi che identificano l’Italia. A Firenze, a Venezia, a Bologna, e in centinaia di altre mete turistiche, questa presenza arricchisce l’offerta e l’esperienza del turista.

Avete mai provato a cogliere la differenza tra una stampa prodotta in serie ed un acquerello prodotto nel posto che rappresenta, magari unico proprio perché imperfetto?

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Ecco questo faceva mio zio; forte anche di una convinzione: fare un’attività legale e riconosciuta dalle Istituzioni proprio per il suo valore intrinseco.

Uso il tempo imperfetto perché da giovedì, senza uno straccio di documento, senza una comunicazione formale è stato invitato dalle FF.OO. ad andare via, pena la verbalizzazione e successiva multa.

A nulla è servito spiegare che già in passato vi era stata una vicenda del genere e che era stato autorizzato (verbalmente, sì, solo verbalmente, ma si fidava di chi rappresenta le Istituzioni).

A nulla è servito dire che esiste una legislazione regionale sugli artisti di strada che non sottopone ad alcun vincolo questo tipo di attività.

Io non sono un avvocato (anzi, vi chiedo di aiutarmi); magari mi sbaglio sulla portata di questa legge. Ma si può liquidare una persona senza una spiegazione?

Ora, per come vanno le cose, mio zio avrebbe dovuto fare come molti altri. Far finta di ascoltare i rappresentanti delle Istituzioni e poi riprendere come se nulla fosse quando l’attenzione si era attenuata.

Invece ha deciso di testimoniare il rifiuto di questo modo di agire, la necessità di continuare la sua attività di artista di strada, riconosciuto, perché di valore, per i luoghi che rappresenta.

Da diversi giorni ha intrapreso uno sciopero della fame e della sete presso la sede di Piazza Municipio nell’indifferenza totale della stessa amministrazione commissariata e dei suoi dirigenti.

Anzi, devo correggermi. Non c’è stata indifferenza perché questa mattina è stato invitato dalle FF.OO. (se proprio doveva continuare la sua azione di protesta…) a stazionare in piedi (non seduto, né sdraiato).

Per motivi di decoro, gli è stato detto.

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Certo, lo stesso decoro che ogni giorno vediamo nelle strade intasate, sui marciapiedi sporchi, nelle periferie piene di rifiuti; che vediamo nelle tante attività illegali di commercio; che vediamo nei tanti piccoli o grandi abusi consumati in una città che avrebbe, certo, un grande bisogno di decoro. Che si accorge del decoro solo quando qualcuno decide di protestare per qualcosa in cui crede e che, penso, gli sia dovuto sulla base di una normativa specifica (la Legge Regionale nr. 14 del 2003).

Mio zio non ha bisogno di carità ma di lavorare serenamente e dignitosamente.

Chiedo a tutti i miei amici di poter condividere questo post per diffondere la notizia di questa ingiustizia e di aiutare la street art in tutte le sue forme.

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A cura di Edoardo Pomarico