Il lato profondo delle parole

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Una breve chiacchierata con lo scrittore Gianrico Carofiglio avvenuta nella suggestiva location, immersa nel cuore della Murgia, di Lama di Luna.

Aggiungere e sottrarre: due verbi dal significato contrapposto. Nella cultura moderna vi è una naturale propensione nell’applicare il primo dei due verbi, ignorando il secondo. Perché, negli esseri umani, è insita, da un lato, la paura di sottrarre e, dall’altro, la tendenza ad accumulare il più possibile, anche il superfluo, allontanandoci dall’essenziale?

L’accumulo, sia materiale sia spirituale, credo dipenda dalla paura. Di varie cose, fra cui la solitudine e la morte. L’antidoto però è nella leggerezza, non nel caricare la propria imbarcazione di ogni sorta di cianfrusaglie, materiali e spirituali.

Il racconto, attraverso i libri, di storie umane. I libri possono, in qualche modo, alleviare il senso di solitudine che aleggia nell’animo di tanti? Qual è il suo rapporto con la solitudine?

Credo di sì. Almeno per me è stato ed è così. Leggere allevia, a volte fa sparire la solitudine. Io ho un rapporto altalenante con la solitudine. A volte mi piace, mi ci accomodo come in una casa familiare e confortantevole. Altre volte sento il bisogno di sfuggirla. Credo di non essere molto diverso da tutti gli altri, in questo.

Qual è, se esiste, un accadimento della sua vita che tante volte ha provato a raccontare, attraverso la sua penna, senza riuscirci per le troppe emozioni in gioco?

Esiste sicuramente. Anzi: esistono. Per conoscerli però occorrerà aspettare che io sia capace di raccontarli nei miei libri.

Uno scrittore e la curiosità di scoprire le tante sfaccettature umane. Come era Gianrico da bambino?

Goffo, sempre distratto, in preda a ogni sorta di fantasticherie. A dire il vero la situazione non è troppo cambiata oggi, nella sostanza.

Le regalo una scatola di colori, quale tra questi oggi la rappresenta maggiormente?

L’indaco.


Di Giuseppe Leonetti

Europee 2019. Dalle “stelle” alle “stalle”

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E’ senza dubbio paradossale l’esito del voto del 26 Maggio 2019, un ribaltone di questa portata ha scosso un po’ tutti e ha scosso i mercati che continuano ad essere in apprensione. L’aspetto più rilevante sotto l’occhio di tutti, è quel famoso 33% del M5S alle politiche del 4 Marzo scorso,  crollato ora al 17%;  La LEGA al 34%, che cresce oltre le aspettative  e il PD al 22% che ha avuto un forte recupero. Dai risultati delle urne vediamo che il M5S ha retto nel sud e dai noi nella BAT in sei comuni su dieci, toccando un 35% ad Andria.  Ora, quale sarà la rotta di questa provincia che convintamente ha votato il M5S? Il reddito di cittadinanza ha continuato a convincere? Il dibattito teso con Salvini, osteggiato e contrastato con speculazioni ideologiche, e a mio avviso, anacronistiche ha fatto sperare di stare sulla rotta giusta? L’aver pensato di  essersi svincolati dal PD dato ormai per morto? Il dato delle urne vede i due alleati di governo SALVINI e DI MAIO in posizioni ribaltate. Il governo, a mio avviso, tuttavia, deve continuare con il programma che si è dato, per tutta la legislatura, perché abbiamo il diritto  di essere governati, il dovere di non indebitarci con ulteriori votazioni e il governo  deve evitare di dibattere continuamente su tutte le questioni e non nelle sedi opportune. Lo “sfottò” a distanza reciproco fra SALVINI e DI MAIO,  stucchevole direi, alla vigilia del voto non è piaciuto a nessuno. Da cittadino tranese sottolineo che il risultato del voto nella nostra città debba far riflettere per le prossime amministrative che si terranno. Abbiamo tutti il dovere di credere in quello che votiamo, certamente, ma è saggio e meritevole comprendere quando non si va nella giusta direzione. L’italia ha bisogno di crescere con infrastrutture ed investimenti. Il sud deve crescere con la consapevolezza, e il M5S pure, che percepire un piccolo incentivo dello stato con il reddito di cittadinanza non è la sola soluzione, servono anche provvedimenti che pensino alle fasce deboli, che siano più concreti e li tuteli in altra maniera.  Il sud deve credere di più nell’agricoltura e nel turismo, e in questo bisogna investire, il ritorno al biologico deve farci pensare, l’ondata verde in Europa ne è un esempio. Quello che l’Europa ci chiede è l’impegno e il lavoro, il lavoro anche manuale, sempre e costantemente, svolto da extracomunitari. Rivediamoci nel pensare al mondo del lavoro sempre con le occupazioni pulite, certe, e magari dietro una scrivania o un computer. Tutti dobbiamo arrotolarci le maniche ed essere pronti al lavoro. Mi compiaccio quando vedo laureati e diplomati accettare qualsiasi tipo di lavoro, quando, pur di essere onesti,  accettano di lavorare e si alzano al mattino per andare nei campi per la vendemmia o perla stagione delle olive; mi rattristo, invece,  quando vedo che la speranza di molti è credere nel gratta e vinci. E’ sotto l’occhio di tutti come sono piene le ricevitorie nella città di Trani che ha pure toccato il record di essere il paese più ludico nei dintorni della nostra provincia; caratteristica un po’ troppo meridionale direi. Basta!!! La nostra provincia ha bisogno di rivedere i propri progetti alla luce di questo risultato. Per cambiare, non servono interventi sempre dall’alto. Devono diventare endemiche  le parole: rigore, regole, costanza e buona volontà.  Credo che basti questo ad ognuno di noi per essere delle brave persone e bravi cittadini del mondo.


Di Vitantonio Lobascio

Notre-Dame: il Gigante in fiamme

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Il pomeriggio del 15 Aprile 2019 è una data destinata a restare nella storia come lo fu l’11 settembre, oramai  diventato per antonomasia sinonimo di tragedia.

In questo caso per fortuna nessuna vittima, tranne una: la cattedrale di Notre-Dame è stata devastata dalle fiamme.

I lavori di costruzione della cattedrale proseguirono dal 1163 al 1344 e a lavorarci furono quelli che ancora non lo sapevano ma sarebbero diventati gli europei di ora: artisti e operai provenienti da tutta Europa trovarono lavoro nel cantiere e contribuirono alla costruzione di questo gioiello gotico.

Più di 200 anni per costruirlo, e solo poche ore per mandarlo in fumo.

È sicuramente qualcosa che da riflettere sulla caducità di ogni cosa, anche di ciò che sembra immortale.

Non vedremo più il tetto in legno costruito nel 1200, né la guglia alta 45 metri che svettava fiera verso il cielo e che un pomeriggio  è semplicemente crollata tra il fumo e le fiamme.

Per la verità il gigante gotico, simbolo di un’Europa che ancora deve compiere grandi passi in avanti, stava già mostrando segni di deterioramento. Il tempo si sa non risparmia nessuno. Nemmeno un gioiello di architettura amato da fedeli e atei, europeisti e antieuropeisti.

Proprio per apportare qualche restauro intorno alla cattedrale era stata montata un impalcatura in legno che pare abbia preso fuoco per un corto circuito. Le indagini sono ancora in corso, ma si parla di un incendio colposo dai primi riscontri.

Nemmeno i 500 pompieri intervenuti sul posto hanno potuto fermare immediatamente quel fuoco maledetto che ha divorato le vetrate, il tetto, la guglia e ha trasformato quel capolavoro in uno scheletro in fiamme.

Tutta Parigi si è riversata nelle strade ad assistere attonita e insieme al mondo sono rimasti col fiato sospeso fino alle 22:00 quando finalmente le fiamme sono state domate e si è potuto fare la conta dei danni.

Un misto di frustrazione e senso di impotenza si è probabilmente impadronito di chiunque guardasse quella scena color cremisi, nero e grigio sapendo che non c’era modo di arginare quelle fiamme.

Dichiarata patrimonio dell’UNESCO nel 1991, ispirazione per la profetica penna di Victor Hugo, un edificio che ha fatto sognare per la diffrazioni della luce attraverso le sue vetrate.

La perdita di Notre-Dame non è solo una perdita francese. Il mondo dell’arte, le nazioni, gli uomini tutti hanno perso qualcosa. È un altro simbolo che ci lascia orfani.

Le campane parigine hanno suonato a lutto per rendere omaggio al colosso caduto.

E già si parla di unirci tutti per ricostruire ciò che è rimasto, per riportarla al suo splendore. Forse più bella, dicono.

Chi ha voluto la fortuna di visitarla potrà serbare il ricordo di quella maestosità e di quella poesia. Chi non l’ha vista mai probabilmente dovrà aspettare almeno 30 anni. I più anziani hanno la certezza che non la rivedranno.

Ricostruire dunque.

Con la consapevolezza di farlo per chi verrà dopo di noi. Con lo stesso spirito di chi iniziò questa cattedrale con la certezza di lasciare una traccia ai posteri.

Ricostruire e poter dire che quello del 15 aprile 2019 è stato solo un incubo passeggero.


Di Valentina Cicchelli

Au revoir, Notre-Dame!

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ANÁΓKH (Ananke), ovvero la dea del Fato, caratteri incisi lungo una delle torri di Notre-Dame, un greco antico che fa a pugni con lo stile gotico di una cattedrale di cui si profetizzava già il destino. Ad esserne affascinato fu, per primo, Victor Hugo, autore romantico che, nel 1831, pubblicò il suo celebre romanzo ”Notre-Dame de Paris”, omaggio ad un capolavoro architettonico bistrattato da politici e ingegneri, salvato dal degrado e dall’incuria proprio grazie alla trasposizione letteraria che lo scrittore aveva scelto di ambientare nella Parigi del basso-medioevo, sotto il regno di Luigi XI.

Oracolo di una storiografia compiutasi alle ore 19 dello scorso 15 aprile, Victor Hugo, in uno dei suoi capitoli, aveva voluto scongiurare calamità culturali, domando l’incendio di un’ignoranza che, nei secoli, pareva aver preso il sopravvento, come fiamme alte divampate quanto il dispiacere di opere da salvaguardare in un edificio la cui struttura si è distinta per resilienza:

Senza dubbio è ancora oggi un maestoso e sublime edificio. – scriveva all’epoca Hugo– Così bello che è stato preservato con il passare degli anni, difficile non sospirare, non essere indignato per degradazioni, mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlo Magno che aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che aveva posato l’ultima.”

Le campane di Notre-Dame risuoneranno nuovamente a festa, l’anima del Quasimodo che è in tutti noi si rallegrerà con un cuore più forte e amorevole, sopportando, sulla deforme gobba dell’ingiustizia, la fatica di una rinascita auspicata da Macron e da tutti i francesi, popolo lontano ma, allo stesso tempo, vicino ai nostri valori di immortalità artistica.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Il volo di una rondine – Carlo Calcagni, vittima dell’uranio impoverito

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L’uomo che non si è arreso:

appartiene ad una famiglia povera, costretta a lasciare la propria terra per cercare fortuna altrove, proteggendo sempre il sogno di ritornare lì dove tutto ebbe inizio.

Un padre che racconta con fierezza il proprio figlio: quel volto segnato dal tempo capace di distendersi, diventando così liscio e luminoso nel pronunciare il nome del figlio “Carlo” del quale si sente orgoglioso.

Parte così il viaggio dentro la divisa di un essere umano che, dopo aver sorvolato il cielo azzurro di un paese ostaggio di bombe e violenze, ha dovuto combattere il nemico più temibile, quello che ha invaso il suo corpo, ma che non è visibile: un nemico senza volto, ma con un nome che purtroppo tanti dolosamente hanno sottovalutato.

Quel padre racconta, agli studenti dell’Istituto “Lotti” di Andria, di quel figlio capace di non sottrarsi alle dure prove che, nelle diverse fasi della sua vita, è stato chiamato a superare.

Il padre che lascia la parola a Carlo che, con occhi lucidi e mani tremanti, afferra un microfono, condividendo la sua esperienza con quei ragazzi in attesa. Carlo, il figlio che indossò una divisa subito dopo aver conseguito la maturità classica, che a 33 anni decise di creare una sua famiglia e realizzarsi come padre.

Carlo, colpito nell’anima dall’uranio impoverito che in maniera subdola e lenta ha colonizzato ogni cellula del suo corpo: Carlo, chiamato a combattere su più fronti dove è stato, in alcuni casi costretto, a difendersi da quella famiglia, così numerosa, ma a tratti distratta nel proteggere i suoi soldati; nel proteggere lui.

Oggi non è più l’elicottero che gli permette di partire, in qualsiasi momento della giornata e atterrare per salvare un’altra vita; lo fa con il suo esempio, accompagnato, da un esercito di persone di ogni età che crede in lui e lo sostiene: sportivi, studenti, medici o semplicemente esseri umani, persone desiderose di percorrere un pezzo di strada con lui.

Carlo con i piedi ben ancorati sulla terra ferma, certo non vola più, ma tra una pedalata e l’altra incontra volti; racconta la sua storia raccogliendo lacrime e dolori indicibili di perfetti sconosciuti. L’uranio continua a dispiegare i suoi effetti ma le sue mani sono bramose di afferrare ancora altre mani e attraverso il “contatto” trasmettere la sua fede, il suo amore per la vita, la sua speranza, la sua forza, il suo coraggio.

E allora si ritrova a scoprire, con suo grande stupore, quanto la condivisione sia capace di spazzare via la solitudine, consentendo ad una ragazzina, timida e a tratti indifesa, di sprigionare lacrime e di sentire, per pochi minuti, il calore di un abbraccio.

Volti, sguardi e parole; tante parole diventate volano di speranza e coraggio: Carlo è tornato, nonostante la malattia e la burocrazia, a volare non su un elicottero, ma come una rondine  ed è spiccando il volo che è riuscito, come oggi in quella scuola, a mescolarsi intimamente con le persone stanche di sentirsi abbandonate.

MAI ARRENDERSI


Di Giuseppe Leonetti

A processo gli imputati del disastro ferroviario del 12 luglio 2016

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Il giorno 11 Aprile 2019, presso il Tribunale di Trani, continua il processo ai presunti colpevoli e imputati di aver causato l’incidente ferroviario il 12 luglio 2016 sulla tratta Andria – Corato.
L’associazione “Anna Aloysi incidente ferroviario Andria – Corato 12 luglio 2016” auspica che in presenza di responsabilità della Società Ferrotramviaria Spa le venga revocata la concessione e la tratta venga gestita direttamente dallo Stato.
Attendiamo fiduciosamente che la vertà faccia il suo corso, 23 vittime attendono Giustizia!


Di Anna Aloysi

“Abbracciami Papà” – L’incredibile resoconto degli ultimi giorni di Stefano Cucchi

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“Avrei dovuto dormire a casa questa notte…..abbracciami papà”. Stefano ammanettato; Stefano picchiato; Stefano dal volto tumefatto; Stefano ostaggio di servitori dell’antistato di diritto; Stefano che vorrebbe tornare a casa, ma che non ci tornerà più.

E’ una storia sbagliata dove la solitudine di un uomo reso inerme dalla violenza cieca  di altri esseri dai tratti solo apparentemente umani, rimbomba nell’animo di quei tanti – e sono tanti – capaci, nel mondo della globalizzazione governato dalla solitudine, di indignarsi, senza lasciar marcire quella sensibilità che dovrebbe essere la normalità e non l’eccezione.

Il respiro che diventa sempre più affannoso, il corpo che inizia a cedere e gli occhi che lentamente si spengono: Stefano non riesce ad urinare; Stefano parla con difficoltà dinanzi ad un magistrato, che non lo guarda in volto per un solo secondo; Stefano è diventato invisibile: Stefano è finito in una cella insonorizzata.

Una notte come tante, una sigaretta in compagnia di un amico e tante confidenze, risate e piccoli segreti indicibili ai più. Il dolce silenzio della notte viene bruscamente interrotto dal rumore prepotente di alcuni passi: “Che facciamo qui? Favorite i documenti e scendete dall’auto” ; “Poggia tutto ciò che hai sul tetto dell’auto”…… Inizia il viaggio del non ritorno.

Stefano è accerchiato: altre due potenziali sanguisughe della sua libertà giungono sul posto pronte ad “applicare “ la legge: “ Che abbiamo qui?”…. Gli uomini in divisa trovano, durante la perquisizione, una bustina contenente sostanze stupefacenti. Il viaggio prosegue dovrebbero iniziare i riti ordinari previsti dalla legge in quelle circostanze, ma invece comincia il calvario.

Stefano cammina sulle sue gambe nei freddi corridoi della caserma. Il suo volto, certo colmo di paura, è sempre lo stesso. Inizia il foto-segnalamento:  quel volto cambierà per sempre.

La cella e un corpo in fase di declino. Una stanza di ospedale ed una giovane vita in posizione costantemente orizzontale: ogni movimento normale diventa una battaglia contro i dolori lancinanti provocati da calci e pugni sferrati in zone vitali, mentre Stefano era ammanettato.

Quei dolori diventano veri e propri estintori di quel fuoco di vita che divampava nel corpo del giovane: quel fuoco è oramai spento: Stefano non c’è più: l’uomo è stato reso un fantasma.

Una madre ed un padre distrutti davanti al corpo martoriato: “Figlio mio che ti hanno fatto?”

Una sorella, Ilaria, e l’inizio della sua battaglia più importante: combattere perché Stefano abbia giustizia.

La famiglia unita dal dolore ed è quell’unione che consente loro di picconare lentamente un sistema che, attraverso depistaggi  e falsificazioni di verbali di servizio, ha provato ossessivamente ad occultare la verità sulla morte del giovane geometra romano.

La solitudine dei Cucchi è ormai un lontano ricordo esplode la condivisione della loro battaglia: l’appuntato dei carabinieri, Riccardo Casamassima, e sua moglie iniziano a squarciare, dall’interno dell’Arma dei Carabinieri, il velo di menzogne: “ Tutti all’interno dell’Arma sanno ciò che è realmente successo quella notte a Stefano Cucchi: tutti sanno del pestaggio subito”.

La verità, come un bambino di pochi anni di vita, inizia lentamente a camminare. E’ certamente lontano il lieto fine, ma succede qualcosa di rivoluzionario: uno dei tre carabinieri accusati di aver ucciso Stefano decide di collaborare con gli inquirenti: “Stefano è stato picchiato”. Il carabiniere, lo stesso che in passato invitava i suoi colleghi ad usare “telegram” per non essere intercettati, vuota il sacco, con un ritardo di ben nove anni, dicendo dettagliatamente ciò che ha visto in quella maledetta notte. Accusa rompendo il patto di colleganza e ci piace pensare che con questa sua inversione di marcia abbia riacquistato un briciolo di dignità.

La fine di questa storia sembra ancora troppo lontana ma abbiamo il dovere, per non sentirci soli, di continuare a credere nella giustizia equiparabile ad un guizzo improvviso, dalla forza dirompente, che affilato come un fendente colpisce l’infame picchiatore, da sempre convinto di essere un vincente, rendendolo uno scarto: un perdente.


A cura di Giuseppe Leonetti

Appello di Anna Aloysi su sua sorella Maria, morta nell’incidente ferroviario del 12 luglio

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“ASSOCIAZIONE ANNA ALOYSI INCIDENTE FERROVIARIO ANDRIA-CORATO 12 LUGLIO 2016”

FACCIO UN APPELLO A CHI A VISTO MIA SORELLA L’ULTIMA VOLTA ANCORA VIVA, QUEL GIORNO DEL 12 LUGLIO 2016 QUANDO MIA SORELLA HA SUSSURRATO LE ULTIME PAROLE: “AIUTATEMI NON VOGLIO MORIRE.”
CHIEDO A TUTTI I VIGILI DEL FUOCO E ALLA MISERICORDIA DI ANDRIA DI DIRE TUTTA LA VERITÀ, PERCHÈ C’È DI MEZZO UNA PERSONA MORTA. SONO CERTA CHE NON VOLETE DIRE LA VERITÀ PER PAURA DI PERDERE IL POSTO DI LAVORO, SONO ARRIVATE ALLE MIE ORECCHIE DELLE VOCI CHE AFFERMANO CHE QUALCUNO SA, COMPRENDO PERFETTAMENTE LE VOSTRE PAURE MA DOVETE AIUTARMI. CONDIVIDETE QUESTO POSTER PER AIUTARE A SCOPRIRE TUTTA LA VERITÀ.


Di Anna Aloysi

Malasanità a lieto fine

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Definirlo un caso di malasanità è, forse, eccessivo, ma quanto successo a Giuseppe Scamarcio merita, sicuramente, una menzione particolare del nostro blog:

Ho deciso di prendere la parola e scrivere sul blog “Anima in penna” per dar voce al disagio che la nostra famiglia ha provato dopo una disavventura, di circa una ventina di giorni fa, al Pronto Soccorso di Andria, disavventura causata dall’ennesima rottura della Tac che avrebbe dovuto individuare un’embolia polmonare, successiva alla polmonite batterica, che ha colpito mia figlia.

La denuncia, però, è prodromica all’encomio che sentiamo di spendere in favore dell’Ospedale “Vittorio Emanuele II” di Bisceglie, un vero e proprio paradiso della medicina, consigliatoci, e per questo la ringrazio, dalla Dott.ssa Montrone che, capendo la gravità della situazione, ha disposto lei stessa da Andria il ricovero a Bisceglie, visto che tutte le ambulanze adibite al 118 erano indirizzate verso Barletta.

Ora, fortunatamente, mia figlia è fuori pericolo, ma pensare che nel 2018 un intero complesso ospedaliero possa andare in blackout per colpa di una tac mal funzionante è alquanto anacronistico e vergognoso.”


A cura del Direttore, Miky Di Corato