L’ultimo saluto al grande maestro Morricone

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“Non c’è musica importante senza un grande film che la ispiri”, queste le parole di Ennio Morricone, vincitore del premio Oscar 2016 per le musiche del film di Tarantino “The hateful eight “
Classe 1928, classe, dignità, riservatezza e passione per la musica.
Maestro d’orchestra, compositore di una musica che arriva dritta al cuore.
Ha percorso con la sua musica i grandi passi del grande cinema “Per un pugno di dollari”, “Mission”, “C’era una volta in America“, “ Nuovo cinema paradiso”, “Malena” , “Metti una sera a cena”.
Famosi i suoi arrangiamenti dei successi di Gianni Morandi e di “Se telefonando “ di Mina.
Ho visto e rivisto tantissime volte il film di Tornatore ”Nuovo cinema Paradiso” , a cui sono emotivamente legata , ogni scena non sarebbe stata la stessa senza le sue musiche, profonde, commoventi, pregne d’amore e allo stesso tempo di malinconia.
Con tristezza scrivo questo pensiero, dispiaciuta per la perdita di un grande compositore, la cui musica ha scandito le lancette del nostro tempo e di un uomo dallo sguardo sereno e pacato, sempre distinto nelle sue manifestazioni, grato alla moglie, ai figli e ai nipoti che l’hanno seguito in una vita intera.
La musica è una delle sette arti e sono certa che Morricone abbia saputo dirigere con la “bacchetta“ da maestro i tempi di un cinema bellissimo.
Spero che ora sia arrivato lassù, leggero in un cielo sconfinato e che si sia seduto a riascoltare le sue note sorridendo delle sue meravigliose composizioni.
Addio grande maestro Morricone.


A cura di Alessandra Gattullo

VIVI LA VITA – Intervista di Giuseppe Leonetti a Valerio Manisi, regista del cortometraggio a cui “Si turnasse a nascere” di Nino D’Angelo ha fatto da colonna sonora

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Una breve chiacchierata, o forse qualcosa in più, un viaggio inaspettato nell’animo sensibile del Regista Valerio Manisi. “Viva la Vita”: il cortometraggio nel quale l’indiscussa protagonista è la vita con le sue tante sfaccettature a colori.
“Io disegno anche, e soprattutto, su fogli vecchi. Spesso sporchi e imbrattati. Perché è da questi che può ripartire benissimo una nuova storia”. Valerio Manisi

Alvaro Vitali, protagonista del tuo cortometraggio “Vivi La vita” e dal volto dolcemente segnato dallo scorrere del tempo. Un anziano chiamato a guardare allo specchio le immagini dei suoi ricordi, scorgendo qualche rimpianto. Come nasce l’idea di porre attenzione sulla quotidianità di un anziano, provando a raccontarne luci e ombre?

Il mio obiettivo, sinceramente, non è stato quello di focalizzare l’attenzioni su “luci ed ombre di un anziano”. Bensì, quello di portare l’attenzione di ognuno sull’importanza del “tempo che passa”. A non sottovalutarlo e a non sprecarlo con futilità. Ovviamente ho pensato che questo lo si poteva raccontare in modo più efficace con un uomo dalla “vita vissuta”, come in questo caso lo è il protagonista del mio film, interpretato da Alvaro Vitali. Ma le esperienze e le riflessioni possono essere ben realizzate anche dai giovani. Non è un film che parla esclusivamente agli anzianità. Parla a tutti coloro che vivono senza vivere veramente.

Un uomo fragile che traina la sua bicicletta senza mai salirci. La fragilità potrebbe essere il vero collante per unire oltre i distanziamenti imposti?

Può essere anche l’opposto. La fragilità di ognuno può rappresentare, certo, la paura di riallacciare storie e relazioni; di esprimere i propri pensieri o le proprie opinioni. Ma, dall’altro lato, può essere, positivamente, consapevolezza e opportunità. Ed essendo tale, si può ben intendere che solo con l’aiuto di chi non è fragile, si può affrontare tutto. Nonostante i distanziamenti imposti. Non c’è nulla di più importante e coraggioso, a parer mio, che chiedere aiuto nel momento del bisogno. Nonostante tutto. Per quanto riguarda Alvaro, visto come reagisce e rivive vicende passate che incontra durante il film, è tutt’altro che fragile. Anzi! Si arma di coraggio e segue la sua memoria di bambino. Forse, addirittura, ci consiglia di affrontarle le fragilità. Subito! Per non pentirsene poi dopo.

Tanti anziani, considerati numeri in tanti bollettini ufficiali, ci raccontano le abitudini di un tempo lontano. Cosa ti ha spinto nel voler accendere i riflettori sulle nostre virtuose radici umane?

Sicuramente questa domanda va oltre “Vivi la vita”. Rispondo quindi, in riferimento a tutto il mio lavoro sulla tradizione, sulla riscoperta e la riproposta popolare, che la “spinta” è stata quasi dovuta, oltre che spontanea. Non si può andare verso l’incertezza del futuro, senza rispettare la certezza del passato. Questo vale per tutto. Per quanto riguarda me, è stata una naturale attrazione. La tradizione, e la testimonianza storica, l’ho voluta conoscere, in dettaglio, morbosamente; capire, comunicarla a chi la ignora, o male la interpreta, e , nel caso della musica, contaminarla in modo innovativo e metterla al pari con il presente, con tematiche, vizi e virtù, dei giorni nostri. “Sciamu” ne è la testimonianza.

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Volti naturali non artefatti. Chi, o cosa, ti ha portato a coltivare quella sensibilità capace di permetterti di entrare e raccontare la profondità di alcuni esseri umani?

Una vita passata al fianco dei miei quattro nonni e una bisnonna, sicuramente! Al fianco del mio nonno materno in particolar modo. Che mi ha insegnato a suonare e ad amare la musica tradizionale grazie ad una fisarmonica. E poi l’attrazione che provo per tutto ciò che ha da raccontare una storia. Io disegno anche, e soprattutto, su fogli vecchi. Spesso sporchi e imbrattati. Perché è da questi che può ripartire benissimo una nuova storia. E metterci la capacità di raggiungere, con il tuo estro e talento, dei risultati altrettanto interessanti. La pulizia è innocenza, come il volto di una bambina o un bambino. Io preferisco studiare e prendere spunto dalla complessità, da ogni essenza dall’esperienza, buona o cattiva che sia. L’innocenza, e la semplicità, drammaturgicamente, non m’interessa. Sarà per questo che sono meticoloso e fastidioso quando devo raggiungere quello che mi sono prefissato. Perché i dettagli restituiscono interesse e “profondità”, anche quelli più semplici.

Ti regalo una scatola di colori quale tra questi ti rappresenta maggiormente?

I colori freddi sono quelli che mi rappresentano maggiormente. Compreso il nero. E non solo perché prediligo il freddo e l’inverno. Mi è sempre piaciuto il verde, quello bluastro; e quel grigio scuro/azzurrognolo del cielo nuvoloso che si contrappone al bianco della neve. Poi amo il rosso scuro del sipario, e tutti quei colori che generano ombre. Le affascinanti ombre del teatro, che amo più di ogni altra cosa.


A cura di Giuseppe Leonetti

“Il diritto di opporsi” agli errori giudiziari e razziali

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Presentato al Toronto International  Festival, ”Il diritto di opporsi” è un film del 2019 diretto da Destin Daniel Cretton, una pellicola che segna il trionfo delle convenzioni, il punto di non ritorno di un errore giudiziario preso a modello di diseguaglianza ed emarginazione, l’eterna lotta razziale che trova compimento nella ricerca di un capro espiatorio, l’agnello da sacrificare all’altare dei clichè statunitensi.

Uno Stato, l’Alabama, che ti strappa via il cuore o qualsiasi altra parte anatomica del corpo martoriato di umiliante innocenza, con un piede nella fossa ed un braccio della legge divenuto braccio della morte.

E’ la propaggine de ”Il momento di uccidere” di Joel Schumacher (1996), il prosieguo de ”Il miglio verde” con Tom Hanks, il sequel di ”Hurricane” che valse l’Oscar a Denzel Washington. ”Il diritto di opporsi” racconta la vita mozzata di Walter McMilian, detto Johnny D., boscaiolo di una comunità nera arrestato ingiustamente, un uomo dalla sconfinata forza interiore, un interprete, Jamie Foxx, che, dopo la superlativa prova in ”Ray”, regala al pubblico un’espressività che coinvolge e stimola alla riflessione.

A difendere Johnny D. è il neofita avvocato difensore Bryan Stevenson, il Michael B. Jordan ”Torcia Umana” ne ”I Fantastici Quattro”, il ”Creed” dello spin-off dedicato al figlio di Apollo, co-protagonista nella saga di Rocky Balboa.

Stavolta Jordan indossa i guantoni sul ring della giurisprudenza, mettendo alle corde le discrepanze legali, costringendo all’angolo i falsi moralisti, i benpensanti uniti nell’endorsement all’applicazione della sedia elettrica, tema anacronistico ed attuale, un caso ogni nove imputati che risulta fallace o viziato da irregolarità, un dato allarmante che, di recente, il nostro Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha rendicontato anche alla  situazione italiana, snocciolando statistiche che toccano quasi 27mila persone, detenute a torto nelle carceri del nostro Paese.

Sceneggiato dallo stesso Cretton e da Andrew Lanham, ”Il diritto di opporsi” è prodotto, fra gli altri, proprio da Michael B. Jordan, e distribuito dalla Warner Bros, è il ritmo lento di chi, attraverso le musiche di Joel P. West, fiuta il triste epilogo, il climax che mina le fondamenta di un sistema stereotipato, una catena alimentare che relega gli indigenti al gradino più basso, gli ultimi che cercano riscatto nello stacanovismo e nella preghiera, nella rassegnazione e nell’attesa, restando umani sempre e comunque, con doveri e, soprattutto, diritti. Perché ”il contrario di ”ingiustizia” è ”speranza”…”


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Tolo Tolo: il vanitoso declino di Checco Zalone

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La vanità è un pappagallo che salta di ramo in ramo”. A citare Gustave Flaubert è Checco Zalone nel suo nuovo film mellifluo, per dirla alla Salvini, “Tolo Tolo”, prodotto dalla Taodue, dalla Medusa e da Pietro Valsecchi. Accantonata la regia di Gennaro Nunziante, Luca Medici fa il suo esordio dietro la cinepresa come un deus ex machina che ammicca alla superpotenza nietzschiana comica.

Avvalendosi, per soggetto e sceneggiatura, della prestigiosa collaborazione del navigato Paolo Virzì, Checco Zalone affronta, da neofita, la sfida del quinto lungometraggio, percorso sterrato intrapreso da solo, anzi, da “tolo“ (disfemismo linguistico del bambino che, in seguito, adotterà), sulle orme del precedente lavoro “Quo Vado?”.

Una corsa ad ostacoli, migrazione inversa, luoghi esotici e lontani, la spasmodica e affannosa ricerca nel consegnare alla pellicola un barlume di azione che sopperisca alla stentata satira di temi, certo socialmente più evoluti, ma assolutamente triti e ritriti.

Preconizzato, in maniera geniale, da un videoclip a mò di trailer, Zalone ha spiazzato tutti con la solita controversia suscitata da un’attualità banalizzata fin dal primo frame, l’autodichia di un’Italia stereotipata, gli ossimori di uno sbarco in Libia minacciato dalle bombe di Haftar, le guerriglie anacronistiche di miliziani dell’Isis o di Boko Haram, un mal d’Africa sussurrato a voce grossa e grassa attraverso l’indigestione della desertica transumanza, sorseggiando acqua contaminata al gusto del tè di Bernardo Bertolucci, o di quello con Mussolini di Zeffirelliana e compianta memoria.

Proprio i riferimenti al Dux collocano Zalone nel limbo non solo territoriale, raccontato da “Tolo Tolo“, ma anche concettuale di chi intende esorcizzare il fascismo, annientandone l’apologia, stratificandone gli ideali, defenestrandone motti e citazioni, in una sorta di Legge Scelba che attecchisca, come humus, nel campo profughi di rifugiati politici e/o economici.

Il cameo di Barbara Bouchet, Enrico Mentana, Massimo Giletti e Nichi Vendola non conferisce alcun picco emozionale a quello che si appresta a diventare l’ennesimo successo al box office, l’ennesima melomane vetta da scalare nelle classifiche musicali, note, ancora una volta, sublimate dal talento di compositore di Zalone. L’omaggio a Nicola Di Bari, invece, non è altro che l’epifania amorosa nei confronti di una Puglia che si estende da Spinazzola a Gravina, da Minervino Murge alla provincia Barletta-Andria-Trani.

In “Tolo Tolo“ Checco Zalone incarna l’imprenditore medio, l’arrivismo estremo vidimato dall’ascesa politica di uno sguattero che pare fare il verso al nostro Ministro degli Esteri, ruoli apicali da assegnare con la stessa logica del Manuale Cencelli, il comma 22 che Joseph Heller menziona per evidenziare l’apparente scelta di non avere scampo, banche e barconi, eroe dei due mondi che zampilla fra più continenti, come un garibaldino pappagallo o un’infantile cicogna che salta di ramo in ramo in ossequio alla propria vanità.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

La Dea Fortuna: tra segreti, paure e amore ritrovato.

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Alessandro, nei panni di Edoardo Leo, e Arturo, nei panni di Stefano Accorsi, sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta cedendo al tempo che passa. Alessandro, idraulico affascinante che “porta a casa il pane”, Arturo, traduttore che vive una vita statica e di rimorsi: non è diventato né uno scrittore famoso né un professore universitario, soffre l’assenza di un rapporto non solo fisico ma soprattutto verbale con il suo partner Alessandro.

In questa routine, ormai rigida ed immobile dei due protagonisti, entrano impetuosamente Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli, Sandro e Martina, così tutti gli equilibri apparentemente saltano, o meglio si modificano in toto.

Annamaria deve sottoporsi ad alcuni esami medici ed affida, così, i figli alla coppia di amici, che si troveranno davanti ad una responsabilità mai prevista: relazionarsi con due bambini, che aprono loro gli occhi, ponendoli davanti ad una cruda realtà che li porta a chiedersi chi sono veramente.

La dea Fortuna, ultimo film di Ferzan Ozpetek, narra degli sguardi fissi e sfuggenti, dei rapporti umani che in quanto tali sono complicati e mutevoli, dei passati ingombranti, come quello di Annamaria, che da bambina viene rinchiusa, insieme a suo fratello, in un armadio sarcofago da sua madre.

 In una società troppo superficiale, quanto social, lo sguardo diventa il mezzo principale per condurti dritto al cuore, infatti “come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, prendi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.

Questo è l’insegnamento che Annamaria lascia in eredità ai suoi bambini, affinché possano imparare a guardare profondamente negli occhi e a distinguere il bene dal male.

Sandro e Martina, seppur piccoli, hanno già imparato a guardare dentro, in quegli occhi che sono lo specchio dell’anima, ed hanno aiutato Arturo e Alessandro a ritrovarsi, a guardarsi ancora negli occhi e a perdonarsi, perché in fondo, in questo film che ha uno sfondo drammatico è l’amore che vince e che riporta a galla, un amore che supera i limiti dell’omosessualità, un amore che rende genitori non di sangue ma di cuore proprio Arturo e Alessandro.


Di Alessandra Gattullo

La rivincita nera degli Oscar 2019

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Il Premio Oscar del 2019 celebrerà l’altra America, quella, per intenderci, dei supereroi neri, delle badanti messicane, delle lotte razziali contro i soprusi nei confronti di una giovane coppia di Harlem, contro gli atti violenti del Ku Klux Klan, contro i pregiudizi verso un talento giamaicano del pianoforte.

A contendersi l’ambita statuetta nella categoria “Miglior Film” ci sono otto pellicole, diverse fra loro, ma accomunate da un giustizialismo senza precedenti.

Prima delle nominations è, sicuramente, “La Favorita“ di Yorgos Lanthimos che, con dieci candidature, racconta proprio la storia della tata del regista, ambientata a Città del Messico e sublimata dalle interpretazioni della Coppa Volpi e Golden Globe, Olivia Colman, da Rachel Weisz, dal Premio Oscar, Emma Stone, e dalle attrici autoctone Yalitza Aparicio e Marina de Tavira.

Il kolossal della Marvel, “Black Panther“, ha ottenuto sette candidature, sorprendenti per un cinefumetto, una in meno rispetto a “BlacKkKlansman“ di Spike Lee, finalmente in nomination dopo trent’anni di onorata carriera. La trama è incentrata sulla storia vera del detective afroamericano, Ron Stallworth (interpretato d John David Washington, figlio di Denzel) che, nel 1979, con l’aiuto del suo partner ebreo, riesce ad infiltrarsi in una cellula del KKK sventandone i propositi anarchici e criminali.

Mahershala Ali e Regina King, presenti rispettivamente in “Green Book“ e “Se la strada potesse parlare“,  guidano la rivincita nera degli attori in lizza per il prestigioso riconoscimento. “Green Book“, diretto da Peter Farrelly, parla della straordinaria amicizia tra Tony Vallelonga, un autista ex buttafuori italoamericano, e Doc Shirley, un virtuoso del piano di origini giamaicane, durante il conformismo statunitense degli Anni Sessanta. Ne “Se la strada potesse parlare“, invece, la rivisitazione che il regista Barry Jenkins fa del romanzo di James Baldwin, affonda le radici nella Harlem della beat generation e nell’amore fra Tish e Alonzo, detto Fonny, ingiustamente accusato di omicidio e difeso, ad oltranza, dalla sua compagna incinta.

Completano il quadro dei “Miglior Film“: “Roma“ di Alfonso Cuaron, prodotto da Netflix; “A Star is born“ di Bradley Cooper; “Vice“ di Adam McKay; “Bohemien Rhapsody“ di Bryan Singer.

A seguire, nel dettaglio, tutte le nominations della 91esima edizione della cerimonia degli Oscar in programma il prossimo 24 febbraio, al Dolby Theatre di Los Angeles:

Miglior registaSpike Lee (“BlacKkKlansman”), Paweł Pawlikowski (“Cold War”), Yorgos Lanthimos (“La favorita”), Alfonso Cuaron (“Roma”), Adam Mckay (“Vice”)
Miglior attrice protagonistaYalitza Aparicio (“Roma”), Glenn Close (“The Wife”), Olivia Colman (“La favorita”), Lady Gaga (“A Star Is Born”), Melissa McCarthy (“Can You Ever Forgive Me?”)
Miglior attore protagonistaChristian Bale (“Vice”), Breadly Cooper (“A Star Is Born”), Willem Dafoe (“At Eternity’s Gate”), Rami Malek (“Bohemian Rhapsody”), Viggo Mortensen (“Green Book”)
Miglior attrice non protagonista: Amy Adams (“Vice”), Marina De Tavira (“Roma”), Regina King (“If Beale Street Could Talk”), Emma Stone (“La favorita”), Rachel Weisz (“La favorita”)
Miglior attore non protagonista: Mahershala Ali (“Green book”), Adam Driver (“BlacKkKlansman”), Sam Elliott (“A Star Is Born”), Richard E. Grant (“Can You Ever Forgive Me?”), Sam Rockwell (“Vice”)
Miglior sceneggiatura originale: “La favorita”, “First Reformed”, “Green Book”, “Roma”, “Vice”
Miglior sceneggiatura non originale: “The Ballad of Buster Scruggs”, “BlacKkKlansman”, “Can You Ever Forgive Me?”, “If Beale Street Could Talk”, “A Star Is Born”
Migliore canzone: All The Stars (“Black panther”), I’ll Fight (“Rbg”), The Place Where The Lost Things Go


A cura del Direttore, Miky Di Corato