Gli eroi silenziosi di Apulia Pharma Service

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Si chiama “Apulia Pharma Service” la società cooperativa di distribuzione farmaceutica che, dal 2011, con 40 mezzi di trasporto, assiste farmacie e parafarmacie in tutta la Puglia.

Anche, e soprattutto, nel drammatico periodo del Covid 19, il loro apporto alla salute dei cittadini è quanto mai necessario. Da veri e propri eroi della strada, i soci fondatori Sabino, Andrea, Valentino, Claudio, Francesco, Lorenzo, Giuseppe, insieme ad altri dipendenti e collaboratori, affrontano il pericolo sacrificando se stessi per il bene della comunità regionale.

La loro mission è un mix di competenza e determinazione, un gruppo di giovani ed esperti trasportatori guidati dal presidente Michele Fraddosio.

Sono ragazzi in prima linea contro l’emergenza Coronavirus, supereroi mascherati che cercano, attraverso lavoro e dedizione, di debellare questo nemico invisibile.

Sentirsi al sicuro al giorno d’oggi non è una chimera, con Apulia Pharma Service si può!


A cura del Direttore, Miky Di Corato

EMOZIONARTE – VI Edizione Mostra d’Arte Pittorica

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“Se c’è l’ispirazione, l’artista può fare a meno di molte cose per creare la sua opera, ma portare al mondo nuovi occhi è un’altra storia”

Per questo ci siamo uniti in un gruppo di artisti liberi, da emergenti a veterani, tutti insieme, con una semplicità non lasciata al caso. Ognuno con il suo percorso di sviluppo personale, con la sua visione di vita, ma uniti nella pacifica ribellione di manifestare contro la mancanza di spazi espositivi, senza limiti di tecnica, stile ed espressione linguistica, ma con un progetto che promuova l’arte contemporanea.

Vi aspettiamo dall’11 al 19 gennaio presso la Chiesa Sant’Antonio di Barletta.


La Redazione di Anima in Penna

Andria, Gagà per antonomasia

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Nella nostra città vi è un mix di atteggiamenti personali, insiti nella maggior parte di noi, più o meno accentuati in ciascuno di noi; questo mix crea una figura facilmente rappresentata da un termine gutturale: il Gagà.

Proviamo insieme a capirne le sue maggiori caratteristiche: il gagà ha una postura originale, mento in alto, petto in fuori, ma soprattutto bacino verso avanti e gambe aperte. Il gagà è uomo ma anche donna: è una persona molto sicura di sè in branco, ma molto insicura fuori dal gruppo.

Esistono vari soggetti con questo mix di atteggiamenti, c’è il gagà aristocratico e il gagà fantozziano, esiste il gagà analfabeta e il gagà delinquente.

Sociologicamente, possiamo ritrovare questo atteggiamento anche nei nostri antenati che ci hanno tramandato il nostro dialetto dai mille suoni gutturali quasi a rimarcare la necessità di sentirsi gagà.

In questo modo possiamo individuare nel gagaismo tutte quelle azioni o attitudini che sono caratterizzanti del gagà.

Mentre il gagaesimo sembra esserne la religione o il mantra della gente che ne segue le sue regole.

Quindi, quello che la città di Andria sta vivendo oggi è un incremento rapido ed esponenziale del gagaismo tra i giovani che, per delle perenni problematiche sociali, riescono meglio ad individuarsi nel gagaesimo.

Il gagà di solito è diretto, è furbo o pensa di esserlo, parcheggia l’auto salendo sui marciapiedi, getta la carta dal finestrino, guida senza guardare la segnaletica, fuma gettando filtri ovunque, ha quell’aria da onnipotente, è poliglotta parla italiano e dialetto.

E’ colui che si lamenta attribuendo la colpa agli altri, senza guardare i propri errori; il gagà teenager è quello che si ubriaca a dismisura e inveisce contro, urina al primo angolo disponibile e urla a squarciagola per sentirsi migliore.

Il gagà è anche radical chic, si sente unico mentre è omologato, rimane molto superficiale, ma crede di essere ben informato; ama gli animali, ma li lascia urinare ad ogni angolo; ha il posto fisso, ma non si applica, pensa di avere la soluzione migliore, ma non si aggiorna.

Il gagà pensa di avere rispetto per gli altri, ma non ha rispetto per se stesso, ha sempre quell’aria di sfida e guarda gli altri come se a lui non potesse succedergli nulla, perché, nella sua superficialità e ignobile furbizia, crede di avere una vita migliore.


A cura di Antonio Leonetti

La rivoluzione musicale dei Blonday

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I Blonday sono un gruppo musicale formato da 5 componenti: Valeria Mosca (voce), Peppe Fortunato (tastiere), Pino Mazzarano (chitarra), Pino Santoniccolo (basso) e Michele Abruzzese (batteria).

Contenitore musicale d’avanguardia, grazie ad una performance eclettica che spazia dalla musica italiana e internazionale, toccando generi musicali come il soul, pop, jazz, rock e disco music.

I Blonday rappresentano la rivoluzione musicale nel panorama pugliese, uno stile rivisitato, il loro, la sintesi perfetta fra competenza e passione, è il classico che abbraccia la novità, un terremoto sinfonico che scuote melodie anacronistiche impresse nella modernità retrò, ossimoro di un vento che trascina via i vecchi stereotipi per ammiccare ad un pubblico più eterogeneo.

E, allora, restate in ascolto, i Blonday ci faranno divertire, ballare ed emozionare come non mai…


La redazione di Anima in Penna

La Dea Fortuna: tra segreti, paure e amore ritrovato.

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Alessandro, nei panni di Edoardo Leo, e Arturo, nei panni di Stefano Accorsi, sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta cedendo al tempo che passa. Alessandro, idraulico affascinante che “porta a casa il pane”, Arturo, traduttore che vive una vita statica e di rimorsi: non è diventato né uno scrittore famoso né un professore universitario, soffre l’assenza di un rapporto non solo fisico ma soprattutto verbale con il suo partner Alessandro.

In questa routine, ormai rigida ed immobile dei due protagonisti, entrano impetuosamente Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli, Sandro e Martina, così tutti gli equilibri apparentemente saltano, o meglio si modificano in toto.

Annamaria deve sottoporsi ad alcuni esami medici ed affida, così, i figli alla coppia di amici, che si troveranno davanti ad una responsabilità mai prevista: relazionarsi con due bambini, che aprono loro gli occhi, ponendoli davanti ad una cruda realtà che li porta a chiedersi chi sono veramente.

La dea Fortuna, ultimo film di Ferzan Ozpetek, narra degli sguardi fissi e sfuggenti, dei rapporti umani che in quanto tali sono complicati e mutevoli, dei passati ingombranti, come quello di Annamaria, che da bambina viene rinchiusa, insieme a suo fratello, in un armadio sarcofago da sua madre.

 In una società troppo superficiale, quanto social, lo sguardo diventa il mezzo principale per condurti dritto al cuore, infatti “come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, prendi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.

Questo è l’insegnamento che Annamaria lascia in eredità ai suoi bambini, affinché possano imparare a guardare profondamente negli occhi e a distinguere il bene dal male.

Sandro e Martina, seppur piccoli, hanno già imparato a guardare dentro, in quegli occhi che sono lo specchio dell’anima, ed hanno aiutato Arturo e Alessandro a ritrovarsi, a guardarsi ancora negli occhi e a perdonarsi, perché in fondo, in questo film che ha uno sfondo drammatico è l’amore che vince e che riporta a galla, un amore che supera i limiti dell’omosessualità, un amore che rende genitori non di sangue ma di cuore proprio Arturo e Alessandro.


Di Alessandra Gattullo

Terra in Arte – Gianfranca Ricciardelli e Nicola Miracapillo dal 15 al 17 novembre al Borgo Montegrosso

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L’appuntamento è fissato dal 15 al 17 novembre, presso Palazzo Ducale Belgioioso di Montegrosso. Artisti del calibro di Valentina Zingaro, Teresa Di Renzo, Mariella Sellitri, Pasquale Brizzi, Riccardo Campanile, Nicola Miracapillo e Matteo Leonetti daranno vita ad un progetto pittorico, scultoreo e fotografico che affonda le radici nell’humus culturale e tradizionale della nostra terra.

Con un mix di creatività e bellezza, l’associazione “La Piscara”, attraverso l’appassionata dedizione del presidente Nicola Miracapillo e il gusto artistico di Gianfranca Ricciardelli, organizza una mostra contemporanea, “Terra in Arte” appunto, che ammicca alle opere locali conservate nel Borgo.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Come aiutare la Street Art – La storia di Giuseppe Di Corato

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Voglio raccontarvi quello che sta succedendo a mio zio Giuseppe (da noi chiamato affettuosamente “Zio Peppe”).

Alla fine del mio racconto, sicuramente qualcuno di voi ricorderà di averlo incontrato.

Da molti anni, soprattutto durante la bella stagione, è presente al Castel del Monte per dipingere e offrire i suoi quadri ai turisti che quotidianamente visitano questo bel luogo.

Non vende cianfrusaglie, non vende souvenir locali di produzione “Made in China”, vende il frutto del suo lavoro artistico ed artigianale. Da autodidatta.

Sicuramente la sua è una presenza consueta in tutte le piazze ed i luoghi che identificano l’Italia. A Firenze, a Venezia, a Bologna, e in centinaia di altre mete turistiche, questa presenza arricchisce l’offerta e l’esperienza del turista.

Avete mai provato a cogliere la differenza tra una stampa prodotta in serie ed un acquerello prodotto nel posto che rappresenta, magari unico proprio perché imperfetto?

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Ecco questo faceva mio zio; forte anche di una convinzione: fare un’attività legale e riconosciuta dalle Istituzioni proprio per il suo valore intrinseco.

Uso il tempo imperfetto perché da giovedì, senza uno straccio di documento, senza una comunicazione formale è stato invitato dalle FF.OO. ad andare via, pena la verbalizzazione e successiva multa.

A nulla è servito spiegare che già in passato vi era stata una vicenda del genere e che era stato autorizzato (verbalmente, sì, solo verbalmente, ma si fidava di chi rappresenta le Istituzioni).

A nulla è servito dire che esiste una legislazione regionale sugli artisti di strada che non sottopone ad alcun vincolo questo tipo di attività.

Io non sono un avvocato (anzi, vi chiedo di aiutarmi); magari mi sbaglio sulla portata di questa legge. Ma si può liquidare una persona senza una spiegazione?

Ora, per come vanno le cose, mio zio avrebbe dovuto fare come molti altri. Far finta di ascoltare i rappresentanti delle Istituzioni e poi riprendere come se nulla fosse quando l’attenzione si era attenuata.

Invece ha deciso di testimoniare il rifiuto di questo modo di agire, la necessità di continuare la sua attività di artista di strada, riconosciuto, perché di valore, per i luoghi che rappresenta.

Da diversi giorni ha intrapreso uno sciopero della fame e della sete presso la sede di Piazza Municipio nell’indifferenza totale della stessa amministrazione commissariata e dei suoi dirigenti.

Anzi, devo correggermi. Non c’è stata indifferenza perché questa mattina è stato invitato dalle FF.OO. (se proprio doveva continuare la sua azione di protesta…) a stazionare in piedi (non seduto, né sdraiato).

Per motivi di decoro, gli è stato detto.

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Certo, lo stesso decoro che ogni giorno vediamo nelle strade intasate, sui marciapiedi sporchi, nelle periferie piene di rifiuti; che vediamo nelle tante attività illegali di commercio; che vediamo nei tanti piccoli o grandi abusi consumati in una città che avrebbe, certo, un grande bisogno di decoro. Che si accorge del decoro solo quando qualcuno decide di protestare per qualcosa in cui crede e che, penso, gli sia dovuto sulla base di una normativa specifica (la Legge Regionale nr. 14 del 2003).

Mio zio non ha bisogno di carità ma di lavorare serenamente e dignitosamente.

Chiedo a tutti i miei amici di poter condividere questo post per diffondere la notizia di questa ingiustizia e di aiutare la street art in tutte le sue forme.

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A cura di Edoardo Pomarico