Emergenza Covid – 19: l’azienda andriese Brù Milano dona le prime 300 mascherine protettive alla Croce Rossa Italiana – Sezione di Andria.

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Due giovanissimi imprenditori, Vincenza e Riccardo Bruno, titolari della Brù Milano specializzata nella manifattura moda, e in particolare di borse, borsette e pochette donna con pattine intercambiabili, hanno convertito parte della produzione nella realizzazione di mascherine protettive.

Stamattina, Vincenza e Riccardo, in un sobrio quanto significativo incontro con i responsabili del comitato cittadino, hanno donato le prime 300 mascherine alla Sezione di Andria della Croce Rossa Italiana, 200 delle quali saranno consegnate ai comitati regionali dell’Organizzazione di Volontariato.

La Brù Milano in poco più di una settimana, intanto, ha già spedito quasi cento kit da 4 mascherine protettive a chi, attraverso la rete social ne ha fatto richiesta senza chiedere alcun corrispettivo se non le uniche spese di spedizione, quantificate in solo 3 euro.

“Non potevamo restare estranei – dichiara la giovane architetto Vincenza –  a una tragedia che non soltanto sta insidiando la salute di intere popolazioni, con esiti purtroppo devastanti, ma mette anche a dura prova la civile convivenza della comunità. Poiché continua l’emergenza causata dalla pandemia e ancora oggi scarseggiano i dispositivi di protezione, abbiamo deciso di indirizzare parte della nostra produzione nella realizzazione di mascherine protettive da donare a quanti le richiedono. Siamo una piccola realtà artigianale con una limitata capacità produttiva ma fintanto che avremo forza continueremo a dare il nostro contributo nella certezza che torneremo presto a una normale vita di realizzazione. Se la Croce Rossa avrà necessità di altre mascherine, saremo completamente a disposizione”.

“Anche se prodotte con materiali di altissima qualità, le mascherine non sono omologate e non hanno il filtro – specifica Riccardo, graphic designer dell’azienda di famiglia – e, quindi, non sono idonee per individui con patologie respiratorie o altri problemi di salute. Raccomandiamo,  in tal caso, di  rivolgersi in farmacia. Le eventuali richieste possono essere effettuate tramite il nostro sito http://www.brumilano.it/coronavirus. Nei limiti del possibile, cercheremo di renderci utili”.


La Redazione di Anima in Penna

Siamo uomini e donne meno fortunati di altri

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Siamo uomini e donne meno fortunati di altri, siamo tanti e ogni anno, purtroppo, destinati a crescere perché i disastri italiani continuano a ritmo incessante. La vita ci ha messo alla prova togliendoci gli affetti più cari, scomparsi sul lavoro, per l’amianto, sotto le macerie di un terremoto, dentro le loro case incendiate da un treno carico di GPL, sotto il crollo di un ponte o di una scuola elementare… Passiamo anni dentro le aule dei Tribunali e sopportiamo processi lunghi e dolorosi. Tutte le associazioni che fanno parte della nostra Rete Nazionale aspettano una giustizia che stenta ad emergere, un diritto sacrosanto che il nostro Stato dovrebbe rispettare perché sancito dalla nostra Costituzione. Abbiamo incontrato più volte il Ministro della Giustizia che ci ha ascoltati, ha accolto le nostre richieste sintetizzate in un documento dove chiediamo 4 punti fondamentali che possono portare un contributo alla Riforma della Giustizia. Uno di questi è la Prescrizione che finalmente è diventata legge ed entrerà in vigore dal primo gennaio, congelando il decorso una volta chiuso il giudizio di primo grado. La Prescrizione ha colpito duramente i processi di molte nostre associazioni e lo farà con altre nel prossimo futuro, cancellando di fatto molti capi di imputazione per cui gli imputati dovrebbero essere giudicati. Per i familiari delle vittime questa legge rappresenta un traguardo importante, è una garanzia per il giusto riconoscimento delle nostre ragioni. Quindi seguiremo con attenzione il dibattito parlamentare dei prossimi giorni, sostenendo il Ministro Alfonso Bonafede, riservandoci di essere presenti davanti alle sedi opportune, nel caso in cui questo importante risultato venga distorto o perda di credibilità.


Gloria Puccetti

Presidente del Coordinamento nazionale “Noi non dimentichiamo”

Comitato Matteo Valenti

Vittime della scuola di S.Giuliano di Puglia

Associazione familiari vittime Thyssen Krupp

Moby Prince
Comitato familiari Vittime casa dello studente

Il mondo che vorrei Associazione vittime Salvemini

Associazione 309 martiri dell’Aquila

Comitato parenti vittime Ponte Morandi

Associazione Ilva di Taranto

Adele Chiello crollo torre Genova

Associazione Anna Aloysi incidente ferroviario Andria e Corato

Comitato Emilia Vite scosse

Associazione Il sorriso di Filippo

Fondazione 6 aprile per la vita

Comitato vittime di Rigopiano

Twin Towers: 18 anni dopo

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Son passati ormai diciott’anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre, giorni volati via come i quattro aerei dirottati in quel lontano e tragico 2001. Aerei colmi di speranza e distruzione, persone schiantate sul muro del dolore, uomini inermi, impotenti davanti allo spettacolo che li ha resi inconsapevolmente vittime o colpevoli. Già, perché il sottile tratto che demarca il confine tra assassini e morti segna l’incapacità di intendere e volere, circoncisione di burattini nelle grinfie di beceri uomini di potere, assonanti nomi differenziati da una sola consonante; la S di Osama da un lato, la B di Obama dall’altro. Due facce della stessa medaglia o, se volete, due poli che si uniscono all’equatore di un’esplosione atomica prima, e di pseudo ideali religiosi adesso. Occidente e Oriente, Nord e Sud, come le aree delle Twin Towers colpite dai Boeing 767, Torri, Gemelle, come tutte le 2974 anime che persero la vita per mano di 19 rappresentanti del Diavolo. Ma chi è il Diavolo? Chi ha vestito i panni del Male? Chi quelli del Bene? Tralasciando le gossippare teorie complottistiche, risulta evidente che quanto successo in quel famigerato martedì sia effettivamente strano e illogico. Com’è possibile che i 246 passeggeri dei quattro voli commerciali di linea non si siano alleati per disarmare i dirottatori? Com’è possibile che si siano fatti minacciare da innocui taglierini? Come mai quei caccia, con il preciso ordine di abbattere mezzi sconosciuti in prossimità del pericolo, in questa situazione non sono intervenuti? Per quale ragione gli attacchi diretti al Pentagono e alla Casa Bianca non hanno, in parte, sortito effetto? Domande apparentemente senza risposta, o, forse, domande a cui non vorremmo rispondere, perché, in fondo, quello che c’è da sapere già lo sappiamo. Conosciamo gli interessi petroliferi degli Americani in Afghanistan, non ignoriamo le uccisioni targate USA di donne e bambini, abbiamo assistito in diretta mondiale all’esecuzione, per impiccagione, di Saddam Hussein, mentre Bin Laden sarebbe stato, a loro dire, gettato in mare per non creare proselitismo.
Così, vorrebbero farci credere che gli Stati Uniti avrebbero rinunciato alla libido di ostentare il loro trofeo di guerra e mostrare il cadavere del Nemico Pubblico n.1? Possono toglierci informazioni, distorcere notizie ma non ci priveranno mai dello spirito critico, quella coscienza sociale che ci fa ulteriormente gettar benzina sul fuoco, perchè è vero, si nasce incendiari e si muore pompieri. Già, ma ora andate a raccontarlo ai 343 vigili del fuoco che, in quella buia mattinata newyorkese, si son visti crollare addosso sogni, speranze e le pesanti macerie del World Trade Center!


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Schegge di Vita

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La terra promessa appariva così lontana, a tratti assumeva la forma dell’isola delle utopie, ma la donna con il pancione non poteva non aggrapparsi con unghie e denti al sogno del cambiamento.

Il suo cambiamento prescinde da calcoli razionali o conoscenze puntuali di tutti gli aspetti del viaggio: lei non poteva pianificare tutto, aveva scoperto di avere una nuova vita dentro, alla quale regalare un futuro.

Futuro o miraggio poco importa la mamma e la vita futura dovevano partire, imbarcarsi e provare a disegnare un arcobaleno per cancellare le brutture di un presente grigio e di un destino ingiusto.

Oltre le insidie di un viaggio, nonostante la solitudine di una donna relegata nell’abbandono trionfa l’amore che cresce pian piano dentro di lei: già amore e quindi protezione per quella piccola vita ancora ignota a lei stessa e al mondo. Pensate alla nostra protagonista quando, con gli occhi lucidi, implora il glaciale scafista per convincerlo ad accettare i suoi pochi averi e farla salire sul gommone.

Un gommone, non sottoposto ad alcuna revisione, il mezzo precario al quale lei si è affidata per giungere a calpestare con prepotenza un nuovo territorio dove, in maniera del tutto inaspettata, è stata chiamata a barcamenarsi tra leggi e decreti che osavano limitare, se non debellare, il sogno: mettere alla luce il suo bambino in un territorio immune da  distruzione e tempeste di violenza.

Quel bambino, il bene più prezioso: la vita che non si piega e  che deve trionfare su fredde norme scritte da chi probabilmente quel sogno del cambiamento non l’ha mai avuto, perché rinchiuso da sempre nel palazzo e mai con gli occhi rivolti verso il mare. Questa donna, senza nome e senza passato, giunta in Italia non deve più attaccare per difendere ma affidarsi per mettere alla luce: nasce Zion.

Zion e i suoi occhi così inconsapevoli del regalo ricevuto dalla sua mamma: la nostra donna gli ha regalato la terra promessa, dove quel sogno partito da lontano ha smesso di essere un’utopia ma qualcosa di reale e tangibile che ha la forma di una casa da riempire con peluche e giocattoli: Zion e sua mamma oggi sono stretti nel loro lieto fine.


A cura di Giuseppe Leonetti

Notre-Dame: il Gigante in fiamme

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Il pomeriggio del 15 Aprile 2019 è una data destinata a restare nella storia come lo fu l’11 settembre, oramai  diventato per antonomasia sinonimo di tragedia.

In questo caso per fortuna nessuna vittima, tranne una: la cattedrale di Notre-Dame è stata devastata dalle fiamme.

I lavori di costruzione della cattedrale proseguirono dal 1163 al 1344 e a lavorarci furono quelli che ancora non lo sapevano ma sarebbero diventati gli europei di ora: artisti e operai provenienti da tutta Europa trovarono lavoro nel cantiere e contribuirono alla costruzione di questo gioiello gotico.

Più di 200 anni per costruirlo, e solo poche ore per mandarlo in fumo.

È sicuramente qualcosa che da riflettere sulla caducità di ogni cosa, anche di ciò che sembra immortale.

Non vedremo più il tetto in legno costruito nel 1200, né la guglia alta 45 metri che svettava fiera verso il cielo e che un pomeriggio  è semplicemente crollata tra il fumo e le fiamme.

Per la verità il gigante gotico, simbolo di un’Europa che ancora deve compiere grandi passi in avanti, stava già mostrando segni di deterioramento. Il tempo si sa non risparmia nessuno. Nemmeno un gioiello di architettura amato da fedeli e atei, europeisti e antieuropeisti.

Proprio per apportare qualche restauro intorno alla cattedrale era stata montata un impalcatura in legno che pare abbia preso fuoco per un corto circuito. Le indagini sono ancora in corso, ma si parla di un incendio colposo dai primi riscontri.

Nemmeno i 500 pompieri intervenuti sul posto hanno potuto fermare immediatamente quel fuoco maledetto che ha divorato le vetrate, il tetto, la guglia e ha trasformato quel capolavoro in uno scheletro in fiamme.

Tutta Parigi si è riversata nelle strade ad assistere attonita e insieme al mondo sono rimasti col fiato sospeso fino alle 22:00 quando finalmente le fiamme sono state domate e si è potuto fare la conta dei danni.

Un misto di frustrazione e senso di impotenza si è probabilmente impadronito di chiunque guardasse quella scena color cremisi, nero e grigio sapendo che non c’era modo di arginare quelle fiamme.

Dichiarata patrimonio dell’UNESCO nel 1991, ispirazione per la profetica penna di Victor Hugo, un edificio che ha fatto sognare per la diffrazioni della luce attraverso le sue vetrate.

La perdita di Notre-Dame non è solo una perdita francese. Il mondo dell’arte, le nazioni, gli uomini tutti hanno perso qualcosa. È un altro simbolo che ci lascia orfani.

Le campane parigine hanno suonato a lutto per rendere omaggio al colosso caduto.

E già si parla di unirci tutti per ricostruire ciò che è rimasto, per riportarla al suo splendore. Forse più bella, dicono.

Chi ha voluto la fortuna di visitarla potrà serbare il ricordo di quella maestosità e di quella poesia. Chi non l’ha vista mai probabilmente dovrà aspettare almeno 30 anni. I più anziani hanno la certezza che non la rivedranno.

Ricostruire dunque.

Con la consapevolezza di farlo per chi verrà dopo di noi. Con lo stesso spirito di chi iniziò questa cattedrale con la certezza di lasciare una traccia ai posteri.

Ricostruire e poter dire che quello del 15 aprile 2019 è stato solo un incubo passeggero.


Di Valentina Cicchelli

Au revoir, Notre-Dame!

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ANÁΓKH (Ananke), ovvero la dea del Fato, caratteri incisi lungo una delle torri di Notre-Dame, un greco antico che fa a pugni con lo stile gotico di una cattedrale di cui si profetizzava già il destino. Ad esserne affascinato fu, per primo, Victor Hugo, autore romantico che, nel 1831, pubblicò il suo celebre romanzo ”Notre-Dame de Paris”, omaggio ad un capolavoro architettonico bistrattato da politici e ingegneri, salvato dal degrado e dall’incuria proprio grazie alla trasposizione letteraria che lo scrittore aveva scelto di ambientare nella Parigi del basso-medioevo, sotto il regno di Luigi XI.

Oracolo di una storiografia compiutasi alle ore 19 dello scorso 15 aprile, Victor Hugo, in uno dei suoi capitoli, aveva voluto scongiurare calamità culturali, domando l’incendio di un’ignoranza che, nei secoli, pareva aver preso il sopravvento, come fiamme alte divampate quanto il dispiacere di opere da salvaguardare in un edificio la cui struttura si è distinta per resilienza:

Senza dubbio è ancora oggi un maestoso e sublime edificio. – scriveva all’epoca Hugo– Così bello che è stato preservato con il passare degli anni, difficile non sospirare, non essere indignato per degradazioni, mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlo Magno che aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che aveva posato l’ultima.”

Le campane di Notre-Dame risuoneranno nuovamente a festa, l’anima del Quasimodo che è in tutti noi si rallegrerà con un cuore più forte e amorevole, sopportando, sulla deforme gobba dell’ingiustizia, la fatica di una rinascita auspicata da Macron e da tutti i francesi, popolo lontano ma, allo stesso tempo, vicino ai nostri valori di immortalità artistica.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Storie di (anti)mafia, in replica Venerdì 9 e Sabato 10 novembre 2018/Pippo, Rita e Peppino nelle parole dell’attrice Agata Paradiso

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Spettacolo teatrale, atto unico, tratto dal testo di Michele Palumbo.
Dopo il successo ottenuto al Festival Internazionale di Andria Castel Dei Mondi 2018, a grande richiesta va in replica i giorni Venerdì 9 e Sabato 10 novembre 2018, alle ore 21, presso l’Auditorium “Riccardo Baglioni” dell’Oratorio “S. Annibale Maria Di Francia” nel Piazzale Gran Sasso, ad Andria.

Con la regia di Antonio Memeo (interprete assieme a Domenico Tacchio e al’astro nascente del cinema andriese, Agata Paradiso) la pièce narra le vicende di personaggi accomunati da un unico tragico destino. Proprio ad Agata Paradiso, sulle pagine di Odysseo (http://www.odysseo.it/storie-di-antimafia-intervista-ad-agata-paradiso/) abbiamo chiesto un’anticipazione su quello che lo spettatore si troverà di fronte:

Ciao Agata. Quali difficoltà si possono incontrare nell’interpretazione di un ruolo particolare come quello di Rita Atria, collaboratrice di giustizia e figlia di un ex mafioso?
Una delle maggiori difficoltà che ho incontrato e con cui mi scontro ogni giorno in prova è il non sentirsi mai abbastanza, il voler rendere al massimo il rispetto, la drammaticità, il coraggio, l’intelligenza, l’umanità di questa donna.  Questa donna, Rita, ha voluto combattere con la parola, con armi lecite, un mondo, che è quello mafioso, che di lecito e leale non ha nulla; il senso di consapevole ribellione, dare allo spettatore e a me il peso di questo sentimento, ecco, credo sia questa la difficoltà più grande.

La 22esima Edizione del Festival Castel dei Mondi ha come sottotitolo “Il tempo della Città”. Partendo proprio dal testo del compianto Michele Palumbo, è giusto dire che Andria e Palermo, seguendo valori senza confini geografici, siano accomunate da atti criminali, prima, e sete di giustizia, poi?
Il tema di quest’anno è Il tempo della Città e dallo stesso ci siamo lasciati ispirare; la città al centro e come potevamo celebrare la nostra città se non portando in scena (sul palco tre attori andriesi) il testo di un concittadino illustre come Michele Palumbo? Andria, Palermo, ma anche Vicenza, Ancona, Livorno, Matera e potrei continuare all’infinito, perchè questa storia è di tutti, riguarda tutti, ha toccato tutti e continuerà a farlo, ma come dice Rita Atria “l’importante è non arrendersi mai!”

Qual è, se c’è, il fil rouge che unisce le esistenze di Rita Atria, il giornalista Pippo Fava, l’attivista politico Peppino Impastato e il Sindaco Pasquale Almerico?
Il coraggio, è l’unica parola che mi viene in mente, e mi fa rabbia che, per certi aspetti, sia stato fatto passare questo come una colpa, come spregiudicatezza… No, il coraggio non è un errore, non può esserlo, bisogna difendersi e difendere sempre i valori in cui crediamo, anche a costo della propria vita.

A chi si rivolge soprattutto lo spettacolo?
Lo spettacolo si rivolge a tutti, dal più grande al più piccolo, dall’imprenditore allo studente, dalla casalinga al cameriere, perchè siamo tutti cittadini, siamo tutti coinvolti, perchè la mafia non è mai così lontana come la nostra mente vorrebbe farci credere, perchè molto spesso anche noi, nel quotidiano, viviamo o mettiamo addirittura in atto azioni di cui non dovremmo andare orgogliosi.


Progetti futuri?
Stiamo lavorando, con i Seriomici (Antonio Memeo e Domenico Tacchio), affinchè questo spettacolo diventi come una malattia contagiosa; proveremo a portare questo spettacolo, questo teatro-racconto, ovunque, nelle scuole, nelle piazze, nelle associazioni, nelle case, se fosse possibile. Personalmente, un paio di progetti in cantiere, nuovi e continuativi, cinematografici e teatrali, mi basta questo per essere felice. Grazie per lo spazio che Odysseo ci concede, per noi è fondamentale.

Per info e prenotazioni contattare il numero telefonico: 333/2071715


A cura del Direttore, Miky Di Corato

“Abbracciami Papà” – L’incredibile resoconto degli ultimi giorni di Stefano Cucchi

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“Avrei dovuto dormire a casa questa notte…..abbracciami papà”. Stefano ammanettato; Stefano picchiato; Stefano dal volto tumefatto; Stefano ostaggio di servitori dell’antistato di diritto; Stefano che vorrebbe tornare a casa, ma che non ci tornerà più.

E’ una storia sbagliata dove la solitudine di un uomo reso inerme dalla violenza cieca  di altri esseri dai tratti solo apparentemente umani, rimbomba nell’animo di quei tanti – e sono tanti – capaci, nel mondo della globalizzazione governato dalla solitudine, di indignarsi, senza lasciar marcire quella sensibilità che dovrebbe essere la normalità e non l’eccezione.

Il respiro che diventa sempre più affannoso, il corpo che inizia a cedere e gli occhi che lentamente si spengono: Stefano non riesce ad urinare; Stefano parla con difficoltà dinanzi ad un magistrato, che non lo guarda in volto per un solo secondo; Stefano è diventato invisibile: Stefano è finito in una cella insonorizzata.

Una notte come tante, una sigaretta in compagnia di un amico e tante confidenze, risate e piccoli segreti indicibili ai più. Il dolce silenzio della notte viene bruscamente interrotto dal rumore prepotente di alcuni passi: “Che facciamo qui? Favorite i documenti e scendete dall’auto” ; “Poggia tutto ciò che hai sul tetto dell’auto”…… Inizia il viaggio del non ritorno.

Stefano è accerchiato: altre due potenziali sanguisughe della sua libertà giungono sul posto pronte ad “applicare “ la legge: “ Che abbiamo qui?”…. Gli uomini in divisa trovano, durante la perquisizione, una bustina contenente sostanze stupefacenti. Il viaggio prosegue dovrebbero iniziare i riti ordinari previsti dalla legge in quelle circostanze, ma invece comincia il calvario.

Stefano cammina sulle sue gambe nei freddi corridoi della caserma. Il suo volto, certo colmo di paura, è sempre lo stesso. Inizia il foto-segnalamento:  quel volto cambierà per sempre.

La cella e un corpo in fase di declino. Una stanza di ospedale ed una giovane vita in posizione costantemente orizzontale: ogni movimento normale diventa una battaglia contro i dolori lancinanti provocati da calci e pugni sferrati in zone vitali, mentre Stefano era ammanettato.

Quei dolori diventano veri e propri estintori di quel fuoco di vita che divampava nel corpo del giovane: quel fuoco è oramai spento: Stefano non c’è più: l’uomo è stato reso un fantasma.

Una madre ed un padre distrutti davanti al corpo martoriato: “Figlio mio che ti hanno fatto?”

Una sorella, Ilaria, e l’inizio della sua battaglia più importante: combattere perché Stefano abbia giustizia.

La famiglia unita dal dolore ed è quell’unione che consente loro di picconare lentamente un sistema che, attraverso depistaggi  e falsificazioni di verbali di servizio, ha provato ossessivamente ad occultare la verità sulla morte del giovane geometra romano.

La solitudine dei Cucchi è ormai un lontano ricordo esplode la condivisione della loro battaglia: l’appuntato dei carabinieri, Riccardo Casamassima, e sua moglie iniziano a squarciare, dall’interno dell’Arma dei Carabinieri, il velo di menzogne: “ Tutti all’interno dell’Arma sanno ciò che è realmente successo quella notte a Stefano Cucchi: tutti sanno del pestaggio subito”.

La verità, come un bambino di pochi anni di vita, inizia lentamente a camminare. E’ certamente lontano il lieto fine, ma succede qualcosa di rivoluzionario: uno dei tre carabinieri accusati di aver ucciso Stefano decide di collaborare con gli inquirenti: “Stefano è stato picchiato”. Il carabiniere, lo stesso che in passato invitava i suoi colleghi ad usare “telegram” per non essere intercettati, vuota il sacco, con un ritardo di ben nove anni, dicendo dettagliatamente ciò che ha visto in quella maledetta notte. Accusa rompendo il patto di colleganza e ci piace pensare che con questa sua inversione di marcia abbia riacquistato un briciolo di dignità.

La fine di questa storia sembra ancora troppo lontana ma abbiamo il dovere, per non sentirci soli, di continuare a credere nella giustizia equiparabile ad un guizzo improvviso, dalla forza dirompente, che affilato come un fendente colpisce l’infame picchiatore, da sempre convinto di essere un vincente, rendendolo uno scarto: un perdente.


A cura di Giuseppe Leonetti

Appello di Anna Aloysi su sua sorella Maria, morta nell’incidente ferroviario del 12 luglio

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“ASSOCIAZIONE ANNA ALOYSI INCIDENTE FERROVIARIO ANDRIA-CORATO 12 LUGLIO 2016”

FACCIO UN APPELLO A CHI A VISTO MIA SORELLA L’ULTIMA VOLTA ANCORA VIVA, QUEL GIORNO DEL 12 LUGLIO 2016 QUANDO MIA SORELLA HA SUSSURRATO LE ULTIME PAROLE: “AIUTATEMI NON VOGLIO MORIRE.”
CHIEDO A TUTTI I VIGILI DEL FUOCO E ALLA MISERICORDIA DI ANDRIA DI DIRE TUTTA LA VERITÀ, PERCHÈ C’È DI MEZZO UNA PERSONA MORTA. SONO CERTA CHE NON VOLETE DIRE LA VERITÀ PER PAURA DI PERDERE IL POSTO DI LAVORO, SONO ARRIVATE ALLE MIE ORECCHIE DELLE VOCI CHE AFFERMANO CHE QUALCUNO SA, COMPRENDO PERFETTAMENTE LE VOSTRE PAURE MA DOVETE AIUTARMI. CONDIVIDETE QUESTO POSTER PER AIUTARE A SCOPRIRE TUTTA LA VERITÀ.


Di Anna Aloysi