Lettera al Presidente Emiliano – “Le Amiche per le Amiche” chiedono una “cultura” più rispettosa dei diritti delle donne.

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Lettera aperta al
Presidente a Regione Puglia
Michele Emiliano

Preg.mo Presidente,
“Le Amiche per le Amiche” rappresentano un network di solidarietà al femminile che da cinque anni, autofinanziandosi, opera nel nostro territorio, con un’attività continua e concreta, al fine di promuovere la cultura delle “pari opportunità”; di valorizzare i talenti, le professionalità e le competenze delle “Amiche”; di sostenere ed aiutare le “ Amiche” in difficoltà ( amiche vittime di violenza, amiche malate, amiche indigenti) .
Sappiamo che gestire questa emergenza è stata, è e sarà cosa ardua, ma, facciamo appello alla Sua sensibilità ed al suo pragmatismo, nell’essere accanto alle donne e mamme pugliesi, ad oggi “invisibili” agli occhi della politica, perché la nostra “battaglia” vuole essere una battaglia di civiltà, da perseguire non contro gli uomini, ma, accanto a quelli che credono nel nostro valore, nelle nostre competenze, nella necessità che possiamo e dobbiamo contribuire, senza discriminazioni di genere (purtroppo, ad oggi molto radicate) alla “rinascita” del Paese e della nostra amata Puglia.
Noi donne, in questo periodo, non abbiamo esitato un attimo “a fare quello si deve fare”: ci stiamo improvvisando ( le più fortunate, con l’aiuto dei propri compagni) insegnanti, animatrici, psicologhe, oltre a pulire, lavare, stirare, cucinare, il tutto mentre cerchiamo di lavorare in smart working e di attenuare le tensioni dovute alla convivenza forzata h 24, alle difficoltà economiche, alla condivisioni dei tempi, degli spazi.
Ora,però, è arrivato il momento in cui non possiamo più essere “invisibili”, perché dinanzi al silenzio delle istituzioni, dinanzi a proposte confuse e confusionarie, servono risposte concrete, sia sul futuro scolastico dei nostri figli, sia sul nostro futuro lavorativo, imprenditoriale e professionale.
Tantissime le domande che ci assillano con ansia, su queste due problematiche che possono gravemente compromettere anche il nostro equilibrio familiare.
Ad oggi, con prudenza, per garantire la salute dei nostri bimbi, il Governo ha deciso di non riaprire le scuole, scelta condivisibile, perché la salute dei nostri figli viene prima di tutto, ma, molte di noi si chiedono: a settembre le scuole, se la curva pandemica continuera a migliorare, sarannno pronte per consentire il rientro in sicurezza? Si potrà procedere ad “ una regionalizzazione” delle aperture delle nostre scuole a seconda della curva pandemica, come si sta facendo per altri settori? Perché, in questi mesi, snellendo annosi iter burocratici, non ci si è adoperati per riorganizzare gli spazi delle nostre “ aule pollaio”, per implementare l’organico didattico e per interventi immediati di edilizia scolastica, idonei ad una revisione delle modalità organizzative ai fine della preminente tutela della salute??
Come a Lei certamente noto, tutto questo lo stanno già facendo in Cina ed in altri Stati Europei, Paesi in cui, il rientro a scuola degli studenti è stata fin da subito considerata una priorità, non solo per non “bloccare” la crescita culturale, psichica, didattica e sociale degli alunni, ma, anche per permettere ai genitori il rientro al lavoro con serenità .
In realtà, il nostro Paese sta pagando a caro prezzo, politiche che hanno investito sempre meno nell’istruzione e nella cultura. La nostra vita, ormai, non sarà più quella di prima, e, purtroppo, dobbiamo imparare a convivere con il COVID 19, adottando tutti i necessari protocolli di sicurezza sanitaria per ogni settore. Questo vale anche per la scuola. La dad ha rappresentato una risposta all’emergenza ed insegnanti, bimbi e genitori, hanno cercato di fare del loro meglio tra mille difficoltà, ma, non può proseguire ad oltranza,non può sostituirsi alla scuola.
Nel frattempo le famiglie vanno supportate, sostenute, perché, soprattutto in quelle con più figli, i genitori non riescono a seguirli tutti con la dad. E’ necessaria una nuova alleanza territoriale tra le autonomie scolastiche, comuni, terzo settore per aiutare queste famiglie attraverso anche educatori di prossimità, per impedire un aumento della dispersione scolastica e l’accentuarsi della discriminazione sociale ed economica tra gli alunni. All’uopo servirebbe ampliare le risorse comunali presenti nel Fondo per la Lotta alla povertà minorile. Il paternariato territoriale potrebbe rappresentare una risposta seria e concreta in questo momento a tutte le difficoltà della dad, fino a quando non riaprono le scuole.
Non meno rilevanti sono le conseguenze della mancanza di un piano strategico a supporto dell’occupazione femminile.
Ci chiediamo: chi rimarrà a casa con i nostri figli, se in questi giorni dobbiamo tornare a lavorare? Questa nel nostro Paese è, purtroppo, una domanda retorica. Anzi, è una domanda, che chi ha gestito questa pandemia (praticamente solo uomini) non si è neanche posto, perché è scontato che a casa rimarremo noi donne! La criticità di questa situazione è ancor più evidente per le donne “ partite IVA”, per le quali non lavorare, significa non percepire reddito! Che importa se abbiamo studiato anni, faticato, sudato, resistito a tante difficoltà pur di realizzarci nella nostra vita lavorativa, professionale ed imprenditoriale ed essere finalmente “libere” grazie alla nostra indipendenza economica! Per un anacronistico retaggio culturale, nel nostro Paese, la cura della casa e dei figli è affidata, nella maggior parte dei casi, alle donne! Quante lotte in questi anni per migliorare il gender gap, quante battaglie, ma, ora si rischia di vanificare tutti i progressi fatti e di ricadere in un epoca buia per la nostra autodeterminazione ed emancipazione. Questo Governo ci sta obbligando ad una scelta, “ non scelta”, perché senza baby sitter, senza nonni e senza la scuola, sarà impossibile conciliare vita familiare e lavoro.
Un senso di angoscia, di spavento in questi giorni ci assale, perché il mancato e tempestivo intervento del governo, nel fronteggiare questa emergenza sociale, potrebbe determinare la fuoriuscita definitiva dal mondo del lavoro da parte della maggioranza donne. Un problema condiviso anche dai padri, che però, hanno mantenuto il legame con il proprio lavoro, perché, comunque, si sa che guadagnano di più delle mogli.
Ecco le soluzioni proposte finora:
-Smart working. Va benissimo ed è auspicabile per una maggiore conciliazione lavoro famiglia, ma, in questo periodo per noi donne è complicatissimo.
Come conciliare lo smart working con la dad, soprattutto se hai più figli e magari anche piccoli?
-Bonus baby sitter. Questo bonus oggi è pari ad € 600,00. Forse potrebbe aumentare, ma, per i prossimi mesi sarebbe insufficiente senza un preciso protocollo sanitario. Chi di noi è disposta a far entrare una persona estranea in casa, esponendosi al rischio epidemologico?
Congedo parentale straordinario. Un congedo di quindici giorni, con decurtazione dello stipendio, da poter condividere con il papà,ma,quando temina il congedo, che alternativa c’è ? E per le donne “ partita iva” che se non lavorano non percepiscono redditi, che si fa?
Presidente ci appelliamo ad un Suo intervento immediato, perché se non vogliamo fare passi indietro sulla conciliazione lavoro famiglia; se non vogliamo che esplodano sempre più numerose crisi di coppia; se non vogliamo donne sempre più “ dipendenti” dai loro compagni, perché prive di indipendenza economica; se non vogliamo madri frustrate, urge un piano strategico di intervento anche a livello regionale.
Occorrono provvedimenti per la famiglia (auspicabile sarebbe l’assegno universale per ogni figlio proposto dalla ministra Bonetti); programmare la fase estiva con l’elaborazione di un protocollo di sicurezza sanitaria che consenta la riapertura di centri estivi, di servizi educativi per l’infanzia, di progetti per attività fisica e ludica, attraverso una revisione delle modalità organizzative; occorre ripensare a spazi e a momenti di socialità, magari da svolgersi solo all’aperto nei parchi, cortili, nelle masserie didattiche, con piccoli gruppi di bambini; occorre finanziare i comuni per bandi che coinvolgano il terzo settore. Indispensabile è la costituzione immediata di un tavolo tecnico che anche a livello regionale, possa affrontare con concretezza questa problematica.
Dalle difficoltà nascono le opportunità.
Questa può essere l’occasione per ripensare a strumenti che possano spingere sulla leva dell’occupazione femminile, per rivedere il nostro sistema di welfare alla luce di una “cultura” più rispettosa dei diritti di noi donne.
Abbiamo fatto tanto, ma, ora dobbiamo tornare alle nostre professioni, aziende, esercizi commerciali!
Auspicando che queste nostre osservazioni e proposte possano sollecitare un Suo interessamento ed intervento,La salutiamo cordialmente.


Le Amiche per le Amiche.
A.p.s.

Contatti: 3402549727
Sede legale: Via Principe Amedeo 2/b – Andria-

Dignità di un volto

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“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte:  Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Altre storie, erano i tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino uomini simbolo di uno Stato che poneva al centro del proprio agire la dignità degli esseri umani, preservandola dalla violenza mafiosa e con il fine di assicurare – per usare le parole di Borsellino – il fresco profumo di libertà alle giovani generazioni.

Dignità concetto troppo spesso violato dai discorsi scritti da altri e pronunciati da politici o politicanti che non lasceranno, con le dovute eccezioni, alcuna orma indelebile nella storia.

È recente la notizia riguardante la volontà del Ministro dell’Agricoltura, Bellanova, di regolarizzare tanti migranti, e non solo, sfruttati nei campi disseminati lungo tutto lo stivale.  Il Ministro sostiene:  “Lo sfruttamento dei lavoratori nelle mani dei caporali, fino alla schivitù, comporta un abbassamento dei costi. Regolarizzare questi lavoratori significa garantire il rispetto delle regole“. Ecco queste dichiarazioni, hanno immediatamente per tanti, offuscati dall’emergenza Covid- 19, rappresentato occasione ghiotta per sprigionare idee tribali. Quindi qualcuno torna a pronunciare le fatidiche frasi “ prima gli Italiani”  o “ si pensa a regolarizzare i migranti e non si pensa alle famiglie italiane”, scatenando la bestialità di quella parte di italiani che non ha saputo cogliere nell’isolamento forzato l’occasione per umanizzarsi ma, al contrario, l’opportunità di abbruttirsi ancora. Questi disseminatori di odio e costruttori di steccati, dovrebbero essere portati con la forza in tanti campi agricoli e inchinarsi davanti a donne e uomini stranieri che, per pochi euro, cercano di donare dignità alla loro persona ed ai propri cari.

Chi si oppone alla regolarizzazione oculata di tanti migranti, ma non solo, dovrebbe guardare i loro occhi felici quando, dopo un’audizione presso una Commissione territoriale o dopo la decisione positiva di un Giudice ordinario, ottengono il tanto desiderato permesso di soggiorno.

Ancora chi conosce perfettamente tutti i versetti da pronunciare nella sacrestia salvo poi dimostrare incapacità nel lasciarsi sfiorare dall’altrui dignità violata, è complice di caporali e carcerieri che ogni giorno, che sia di pioggia o di sole, scippano il lavoro dignitoso di esseri umani.

Ben venga allora la volontà di un Ministro che si batte con determinazione per permettere ai quei volti  di non essere più segnati dal dolore, ma dal solco della dignità che ha la forma di un sorriso timidamente abbozzato.

Ben venga l’idea di combattere con la legge il caporalato ed ogni forma di sfruttamento delle persone.

È auspicabile infine che la storia non giudichi il Ministro Bellanova, come purtroppo è successo per Falcone e Borsellino, una “testa di minchia” perché convinta di ridonare dignità, applicando semplicemente la legge.


A cura di Giuseppe Leonetti

Twin Towers: 18 anni dopo

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Son passati ormai diciott’anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre, giorni volati via come i quattro aerei dirottati in quel lontano e tragico 2001. Aerei colmi di speranza e distruzione, persone schiantate sul muro del dolore, uomini inermi, impotenti davanti allo spettacolo che li ha resi inconsapevolmente vittime o colpevoli. Già, perché il sottile tratto che demarca il confine tra assassini e morti segna l’incapacità di intendere e volere, circoncisione di burattini nelle grinfie di beceri uomini di potere, assonanti nomi differenziati da una sola consonante; la S di Osama da un lato, la B di Obama dall’altro. Due facce della stessa medaglia o, se volete, due poli che si uniscono all’equatore di un’esplosione atomica prima, e di pseudo ideali religiosi adesso. Occidente e Oriente, Nord e Sud, come le aree delle Twin Towers colpite dai Boeing 767, Torri, Gemelle, come tutte le 2974 anime che persero la vita per mano di 19 rappresentanti del Diavolo. Ma chi è il Diavolo? Chi ha vestito i panni del Male? Chi quelli del Bene? Tralasciando le gossippare teorie complottistiche, risulta evidente che quanto successo in quel famigerato martedì sia effettivamente strano e illogico. Com’è possibile che i 246 passeggeri dei quattro voli commerciali di linea non si siano alleati per disarmare i dirottatori? Com’è possibile che si siano fatti minacciare da innocui taglierini? Come mai quei caccia, con il preciso ordine di abbattere mezzi sconosciuti in prossimità del pericolo, in questa situazione non sono intervenuti? Per quale ragione gli attacchi diretti al Pentagono e alla Casa Bianca non hanno, in parte, sortito effetto? Domande apparentemente senza risposta, o, forse, domande a cui non vorremmo rispondere, perché, in fondo, quello che c’è da sapere già lo sappiamo. Conosciamo gli interessi petroliferi degli Americani in Afghanistan, non ignoriamo le uccisioni targate USA di donne e bambini, abbiamo assistito in diretta mondiale all’esecuzione, per impiccagione, di Saddam Hussein, mentre Bin Laden sarebbe stato, a loro dire, gettato in mare per non creare proselitismo.
Così, vorrebbero farci credere che gli Stati Uniti avrebbero rinunciato alla libido di ostentare il loro trofeo di guerra e mostrare il cadavere del Nemico Pubblico n.1? Possono toglierci informazioni, distorcere notizie ma non ci priveranno mai dello spirito critico, quella coscienza sociale che ci fa ulteriormente gettar benzina sul fuoco, perchè è vero, si nasce incendiari e si muore pompieri. Già, ma ora andate a raccontarlo ai 343 vigili del fuoco che, in quella buia mattinata newyorkese, si son visti crollare addosso sogni, speranze e le pesanti macerie del World Trade Center!


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Europee 2019. Dalle “stelle” alle “stalle”

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E’ senza dubbio paradossale l’esito del voto del 26 Maggio 2019, un ribaltone di questa portata ha scosso un po’ tutti e ha scosso i mercati che continuano ad essere in apprensione. L’aspetto più rilevante sotto l’occhio di tutti, è quel famoso 33% del M5S alle politiche del 4 Marzo scorso,  crollato ora al 17%;  La LEGA al 34%, che cresce oltre le aspettative  e il PD al 22% che ha avuto un forte recupero. Dai risultati delle urne vediamo che il M5S ha retto nel sud e dai noi nella BAT in sei comuni su dieci, toccando un 35% ad Andria.  Ora, quale sarà la rotta di questa provincia che convintamente ha votato il M5S? Il reddito di cittadinanza ha continuato a convincere? Il dibattito teso con Salvini, osteggiato e contrastato con speculazioni ideologiche, e a mio avviso, anacronistiche ha fatto sperare di stare sulla rotta giusta? L’aver pensato di  essersi svincolati dal PD dato ormai per morto? Il dato delle urne vede i due alleati di governo SALVINI e DI MAIO in posizioni ribaltate. Il governo, a mio avviso, tuttavia, deve continuare con il programma che si è dato, per tutta la legislatura, perché abbiamo il diritto  di essere governati, il dovere di non indebitarci con ulteriori votazioni e il governo  deve evitare di dibattere continuamente su tutte le questioni e non nelle sedi opportune. Lo “sfottò” a distanza reciproco fra SALVINI e DI MAIO,  stucchevole direi, alla vigilia del voto non è piaciuto a nessuno. Da cittadino tranese sottolineo che il risultato del voto nella nostra città debba far riflettere per le prossime amministrative che si terranno. Abbiamo tutti il dovere di credere in quello che votiamo, certamente, ma è saggio e meritevole comprendere quando non si va nella giusta direzione. L’italia ha bisogno di crescere con infrastrutture ed investimenti. Il sud deve crescere con la consapevolezza, e il M5S pure, che percepire un piccolo incentivo dello stato con il reddito di cittadinanza non è la sola soluzione, servono anche provvedimenti che pensino alle fasce deboli, che siano più concreti e li tuteli in altra maniera.  Il sud deve credere di più nell’agricoltura e nel turismo, e in questo bisogna investire, il ritorno al biologico deve farci pensare, l’ondata verde in Europa ne è un esempio. Quello che l’Europa ci chiede è l’impegno e il lavoro, il lavoro anche manuale, sempre e costantemente, svolto da extracomunitari. Rivediamoci nel pensare al mondo del lavoro sempre con le occupazioni pulite, certe, e magari dietro una scrivania o un computer. Tutti dobbiamo arrotolarci le maniche ed essere pronti al lavoro. Mi compiaccio quando vedo laureati e diplomati accettare qualsiasi tipo di lavoro, quando, pur di essere onesti,  accettano di lavorare e si alzano al mattino per andare nei campi per la vendemmia o perla stagione delle olive; mi rattristo, invece,  quando vedo che la speranza di molti è credere nel gratta e vinci. E’ sotto l’occhio di tutti come sono piene le ricevitorie nella città di Trani che ha pure toccato il record di essere il paese più ludico nei dintorni della nostra provincia; caratteristica un po’ troppo meridionale direi. Basta!!! La nostra provincia ha bisogno di rivedere i propri progetti alla luce di questo risultato. Per cambiare, non servono interventi sempre dall’alto. Devono diventare endemiche  le parole: rigore, regole, costanza e buona volontà.  Credo che basti questo ad ognuno di noi per essere delle brave persone e bravi cittadini del mondo.


Di Vitantonio Lobascio

Il volo di una rondine – Carlo Calcagni, vittima dell’uranio impoverito

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L’uomo che non si è arreso:

appartiene ad una famiglia povera, costretta a lasciare la propria terra per cercare fortuna altrove, proteggendo sempre il sogno di ritornare lì dove tutto ebbe inizio.

Un padre che racconta con fierezza il proprio figlio: quel volto segnato dal tempo capace di distendersi, diventando così liscio e luminoso nel pronunciare il nome del figlio “Carlo” del quale si sente orgoglioso.

Parte così il viaggio dentro la divisa di un essere umano che, dopo aver sorvolato il cielo azzurro di un paese ostaggio di bombe e violenze, ha dovuto combattere il nemico più temibile, quello che ha invaso il suo corpo, ma che non è visibile: un nemico senza volto, ma con un nome che purtroppo tanti dolosamente hanno sottovalutato.

Quel padre racconta, agli studenti dell’Istituto “Lotti” di Andria, di quel figlio capace di non sottrarsi alle dure prove che, nelle diverse fasi della sua vita, è stato chiamato a superare.

Il padre che lascia la parola a Carlo che, con occhi lucidi e mani tremanti, afferra un microfono, condividendo la sua esperienza con quei ragazzi in attesa. Carlo, il figlio che indossò una divisa subito dopo aver conseguito la maturità classica, che a 33 anni decise di creare una sua famiglia e realizzarsi come padre.

Carlo, colpito nell’anima dall’uranio impoverito che in maniera subdola e lenta ha colonizzato ogni cellula del suo corpo: Carlo, chiamato a combattere su più fronti dove è stato, in alcuni casi costretto, a difendersi da quella famiglia, così numerosa, ma a tratti distratta nel proteggere i suoi soldati; nel proteggere lui.

Oggi non è più l’elicottero che gli permette di partire, in qualsiasi momento della giornata e atterrare per salvare un’altra vita; lo fa con il suo esempio, accompagnato, da un esercito di persone di ogni età che crede in lui e lo sostiene: sportivi, studenti, medici o semplicemente esseri umani, persone desiderose di percorrere un pezzo di strada con lui.

Carlo con i piedi ben ancorati sulla terra ferma, certo non vola più, ma tra una pedalata e l’altra incontra volti; racconta la sua storia raccogliendo lacrime e dolori indicibili di perfetti sconosciuti. L’uranio continua a dispiegare i suoi effetti ma le sue mani sono bramose di afferrare ancora altre mani e attraverso il “contatto” trasmettere la sua fede, il suo amore per la vita, la sua speranza, la sua forza, il suo coraggio.

E allora si ritrova a scoprire, con suo grande stupore, quanto la condivisione sia capace di spazzare via la solitudine, consentendo ad una ragazzina, timida e a tratti indifesa, di sprigionare lacrime e di sentire, per pochi minuti, il calore di un abbraccio.

Volti, sguardi e parole; tante parole diventate volano di speranza e coraggio: Carlo è tornato, nonostante la malattia e la burocrazia, a volare non su un elicottero, ma come una rondine  ed è spiccando il volo che è riuscito, come oggi in quella scuola, a mescolarsi intimamente con le persone stanche di sentirsi abbandonate.

MAI ARRENDERSI


Di Giuseppe Leonetti

Guida alle Europee 2019

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La data scelta è a discrezione dei singoli Stati, ma dal 23 al 26 maggio 2019 il futuro dell’Unione Europea  è appesa al filo di un consenso elettorale senza precedenti, un endorsement i cui effetti potrebbero condizionare le sorti comunitarie, per i prossimi cinque anni, nell’humus culturale delle nuove generazioni.

Le derive nazionalistiche e populistiche del nostro governo riflesse, seppur in misura minore, in Gran Bretagna, trovano, invece, grande appoggio all’interno del gruppo Visegrad, quello cioè composto da Polonia, Repubblica Cieca, Slovacchia, e, soprattutto, dall’Ungheria di Orban. Le conseguenze sarebbero, effettivamente, devastanti, e il rischio di chiuderci a riccio rispetto all’apertura di confini portuali, mentali e strutturali va scongiurato prima che arrivi il peggio.

Perciò, domenica 26 maggio (pare essere questo il d-day italiano) saremo chiamati alle urne per eleggere, insieme agli altri concittadini europei, i nuovi 705 membri del Parlamento, attualmente presieduto da Antonio Tajani, che vedrà modificata e rinnovata la propria direzione almeno fino al 2024.

L’importanza delle cosiddette ”Europee” è certificata dalle tante questioni da risolvere: dalla Brexit al commercio internazionale, dalla sicurezza alla crescita economica, dal cambiamento climatico alla protezione dei consumatori. Tutti nodi che i 76 parlamentari italiani incaricati dovranno cercare di sciogliere sul tavolo delle contrattazioni diplomatiche.

Per quanto riguarda la modalità di voto, nel nostro Paese vige un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 4%. Solo dietro richiesta formale, anche i cittadini di altri paesi europei potranno esprimere la propria preferenza per un massimo di tre candidati nella lista scelta, scheda che, però, verrebbe annullata se i suddetti candidati non fossero di sesso diverso.

Quanto accadrà con la possibile Brexit, con l’uscita cioè dell’Inghilterra dalle logiche europeistiche, consentirà al Parlamento di ridurre i suoi attuali 751 membri portandoli, come precedentemente riferito, a quota 705. Seguendo il tema caldo del referendum diretto, ricordiamo, infatti, che il Parlamento Europeo è, dal 1979, l’unica Istituzione eletta direttamente dai cittadini ed esercita funzione legislativa in collaborazione con il Consiglio dei Ministri dell’Unione. Ha, inoltre, potere decisionale sul bilancio dell’UE e vigila sull’operato della Commissione Europea, mettendo insieme le idee dei Parlamenti degli Stati membri.

Per essere giuridicamente riconosciuto, un gruppo parlamentare deve eleggere almeno 25 deputati in un quarto degli Stati. I due maggiori rivali sono il Partito Popolare Europeo (PPE), di centrodestra, e l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), di centrosinistra, l’unica alternativa possibile, quest’ultima, per risorgere dalle ceneri razziali e ritrovarci, tutti insieme, in tutta Europa, di nuovo comunità, di nuovo umani.


A cura del Direttore, Miky Di Corato



 

Chi è Bashar al-Assad?

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E’ l’uomo del momento, è inflessibile, è tra le personalità più influenti al Mondo. Bashar al-Assad è, dal giugno 2000, il Presidente della Siria, una terra devastata dall’odio e dai soprusi del capitalismo. Ereditando la carica da suo padre, Hafiz, Bashar, di fede alauita, guida un Paese quasi interamente sunnita.

La malefica ascesa al potere del terrorismo ha messo Assad nella difficile condizione di giudice e carnefice, liberatore delle sue genti ha dichiarato, qualche giorno fa, che la guerra agli estremisti non può dirsi conclusa prima che tutti gli esponenti dell’Isis vengano cacciati da territorio siriano. A far scalpore, però, sono state le sue opinioni in merito alle lobbies mascherate da associazioni benefiche dai nomi fuorvianti che, secondo Assad, minerebbero la libertà internazionale.

Già in passato, infatti, la Siria ha dovuto fronteggiare situazioni spinose trasformatesi in sanguinari scontri per l’indipendenza. Esempio eclatante è la cosiddetta “guerra dei sei giorni”, un conflitto combattuto dal 5 al 10 giugno 1967, alla fine del quale Egitto e Giordania, pur mantenendo “de iure” la territoralità della Striscia di Gaza, della Penisola del Sinai, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, consegnavano “de facto” i loro possedimenti alle milizie israeliane. L’esito delle ostilità costrinse, soprattutto, la Siria a deporre le armi davanti all’occupazione da parte di Tel Aviv dell’altopiano montuoso del Golan, ai confini del Libano.

E proprio il supporto economico al partito libanese dello Hezbollah ha allontanato, ancor di più, Assad da quegli Stati vicini alle politiche statunitensi prima e israeliane poi. Nato nel 1982, lo Hebollah (Partito di Dio) è un’organizzazione sciita paramilitare i cui ideali sembrano essere sulla stessa lunghezza d’onda di quelli professati da Hamas, ovvero un movimento islamico di Resistenza assemblato per difendere diritti e confini palestinesi. I metodi poco ortodossi di Hamas hanno posto lo spirito combattente dell’associazione in netta contrapposizione a superpotenze, quali USA, UE, Canada, Giappone e, appunto, Israele.

La gestione di Assad ha riscosso popolarità soprattutto nel mondo arabo, grazie all’intesa con il regime iraniano la cui autorità in Oriente si è estesa dopo la caduta del governo iracheno e la traballante situazione politica in Libano.

Ma è stato l’attacco chimico a Douma, nel Ghouta della Siria, a minare gli equilibri internazionali, una pace messa in discussione dal bombardamento che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno riservato ad Assad, con la Russia che ha difeso lo stato sovrano autorizzato orientale, senza che però né l’Opac né la Comunità Europea abbiano trovato prove lampanti sul caso dell’avvelenamento dell’ex spia Skripal né su basi militari nazionali.

Più ancora degli edifici e delle infrastrutture che sono andati perduti, ci sono famiglie che hanno perso i loro cari, figli, fratelli, sorelle, madri. E’ una sofferenza, è un dolore che porteranno con sè per tutta la vita. Alla fine l’unico modo per risolvere il problema in Siria credo possa essere che tutti possano perdonarsi a vicenda.” Bashar al-Assad


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Camere con…svista

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Chi sono Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati?

“Alea iacta est” proferì Giulio Cesare prima di attraversare il Rubicone, e, nella corrente della politica italiana, a trarre il dado delle Presidenze di Camera e Senato sono stati i leader del primo partito (M5S) e della prima coalizione (Centrodestra).

Si sono spartite le cariche, insomma. Il Movimento 5 Stelle, che ha da sempre osteggiato un accordo con il PD di Bersani, attingendo voti soprattutto a Sud del Paese, ha deciso, alla fine, di allearsi con il Salvini Nazional Popolare, caldeggiando la candidatura a Palazzo Madama di una fedelissima berlusconiana.

Un pastrocchio tricolore, a dirla breve, una ripartizione di onori ed oneri i cui effetti saranno visibili attraverso emendamenti dilatori e decreti, si spera il meno possibile, ad personam.

Nato a Napoli, nel 1974, Roberto Fico è il nuovo Presidente della Camera. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Trieste, è un pentastellato della prima ora, tentando, nel 2011, la corsa alla poltrona di Sindaco partenopeo. Dal 6 giugno del 2013 è stato Presidente della Commissione di Vigilanza Rai.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, invece, è la prima donna nella storia repubblicana ad occupare il secondo più importante scranno dello Stato. Classe 1946, la Casellati si laurea in Giurisprudenza e in Diritto Canonico, presso la Pontificia Università Lateranense. La sua carriera politica l’ha vista impegnata come Sottosegretario alla Salute e alla Giustizia in tre legislature del Cavaliere.

Da Montecitorio a Palazzo Madama, affittasi camere con svista sul futuro incerto e confuso del nostro nuovo, ma terribilmente, vecchio Governo.

Proposte in standby

 

senatoromano-800x445.jpgLa Riforma Costituzionale caldeggiata dal dimissionario Renzi avrebbe abbattuto un bicameralismo prolisso nelle idee e nella forma, lungaggini burocratiche che, come in un ping pong, si palleggiano proposte di legge tra Camera e Senato. Conseguenza del mancato rinnovamento è l’ibernazione legislativa di decreti che tardano a sciogliersi e a fluire verso crismi di ufficialità.
Il Presidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera, Andrea Mazziotti, ha tenuto a precisare, nei giorni scorsi, il motivo per cui le pratiche dei cosiddetti “nuovi diritti” non vengano espletate in tempi relativamente brevi: “Non è che ci sia un partito in particolare che si oppone, ma sono gli integralismi a farsi sentire.”
Integralismi, appunto, quelli che fanno indignare, ad esempio, i nemici dell’eutanasia intesa come suicidio assistito. La vicenda di Dj Fabo, costretto a rivolgersi ad un’associazione svizzera per abbracciare, secondo il suo parere, una morte meno amara, ha, infatti, riaperto la questione relativa al testamento biologico, argomento discusso soprattutto dopo la scomparsa di Eluana Englaro, nel 2010. Il testo fu approvato dalla Camera ma mai dal Senato, vuoto sopraggiunto in seguito alla non vidimazione della Convenzione di Oviedo, trattato sulla bioetica del 1997.
In stallo anche le normative sulla riforma di cittadinanza e sul doppio cognome. Il cosiddetto IUS SOLI consentirebbe a chi nasce in territorio italiano di vedersi riconosciuta la cittadinanza indipendentemente dalla nazionalità parentale; la seconda, passata alla Camera nel 2014, ma bocciacata dal Senato, garantirebbe il diritto di acquisire il cognome materno.
E che dire della legalizzazione della cannabis? I candidati Sindaci Raggi e Giachetti, travolti probabilmente dai bollori di una campagna elettorale estiva, si erano detti favorevoli ad una delibera sottoscritta da 221 deputati e stoppata in Parlamento dal luglio 2015. Regolarizzare la coltivazione di una modica quantità di cannabis (fino a un massimo di mezzo grammo) significherebbe, a torto o a ragione, attualizzare la Fini-Giovanardi del 2014, la cui incostituzionalità fu sancita dalla Consulta a causa dello “scopo ricreativo” della sostanza stupefacente.
Di vitale importanza sarebbe, invece, l’approvazione della disposizione, ferma in Senato e firmata nel 2013 da Ivan Scalfarotto, che introdurrebbe il reato di discriminazione e istigazione alla violenza contro gli omosessuali.
Coppie gay che, come le etero, ad oggi, non godrebbero ancora del decreto Cirinnà riguardante la stepchild adoption, con la possibilità di ottenere, rispettando la volontà dell’interessato, l’affidamento del figlio biologico del coniuge. Un ritardo questo che, francamente, non riteniamo di poter biasimare se in gioco c’è una legge non scritta che tuteli la salute e la crescita psicosociale del bambino.


di Michele Di Corato

La crescita demografica dell’Islam

Nonostante la formazione del sedicente Stato Islamico, l’Isis, abbia invaso le cronache terroristiche di tutto il mondo, i musulmani, negli ultimi anni, hanno combattuto per sradicare la tanto diffusa, quanto errata, ideologia della fede islamica come fucina di interessi politici collusi a gruppi estremisti responsabili di violenti attentati.

Secondo studi dell’istituto di rilevazione americano, Pew Research Center, però, entro il 2070, l’Islam diventerà la religione più radicata sulla Terra. Mentre oggi i musulmani rappresentano quasi il 23% della popolazione mondiale (con 1,6 miliardi di fedeli, secondi ai 2,17 miliardi di cristiani), tra qualche decennio la dottrina islamica crescerà del 73%, più del doppio rispetto al 35% dei cristiani.

 

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Le ragioni vanno ricercate, soprattutto, fra le differenze demografiche. Tralasciando, ma neanche tanto, l’età media più giovane islamica (23 anni), oggi ogni una donna musulmana ha una media di 3,1 figli, contro il 2,3 di tutti gli altri gruppi religiosi. A detta dei ricercatori del Pew Research Center, l’Indonesia è, attualmente, il Paese a più alta densità di musulmani, mentre, pur avendo avuto origine, nel VII secolo, nelle aree della regione Medio Oriente/Nord Africa, la dottrina islamica, da quelle parti, attecchisce solo nel 20% dei casi.

Si ipotizza, tuttavia, che, a partire dal 2050, l’India, prevalentemente indù, stimerà oltre 300 milioni di musulmani. La percentuale è destinata a salire anche in Nord America ed Europa, dove il numero di atei ed agnostici passerà dal 16, 4% al 13,2%.

In questo processo giocherà un ruolo fondamentale la migrazione di uomini in fuga dalle barbarie dei propri governi. Stiamo parlando di barconi provenienti dalla superficie pacifico-asiatica. Territori come Pakistan, Iran, Turchia e Bangladesh esprimono il 62% del credo islamico a livello globale.

Prepariamoci, dunque, ad accogliere il diverso senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua e di religione, come vuole l’articolo 3 della nostra Costituzione, o come vorrebbe, forse, il senso umano e caritatevole del nostro comune vivere civile.


A cura di Michele Di Corato