L’Italia sa rialzarsi

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L’Italia sa rialzarsi dopo i colpi inferti,

l’Italia sa arrangiarsi anche nei tempi incerti.

Nel tempo dei contagi

l’Italia ha bloccato anche gli abbracci;

anche se triste,

è sicura

che si tratta di passaggi

che può tranquillamente superare

con la bella solidarietà

che solo gli italiani sanno fare.

Lo si è visto molte volte e in diverse occasioni

che l’Italia è sempre prima nelle raccomandazioni

più di quanto lo è nelle prevenzioni.

I suoi locali in questi giorni chiudono i battenti,

e i proprietari tornano a casa deludenti.

Già da qualche settimana la scuola è sospesa;

davanti ai supermercati in fila indiana vedi gli italiani far la spesa.

In casa molti sono annoiati,

eppure erano loro che lamentavano che il lavoro li ha stancati.

Ah, poveri disgraziati, presi da una routine senza cuore,

adesso rivedono la loro quotidianità col buonumore.

L’Italia, però, non è il paese dei perdenti,

sa sempre come rialzarsi dopo i tanti suoi sconvolgimenti.

La solidarietà degli italiani è più dei contagi,

anche se a volte sembrano chiudersi nei propri agi.

Incontrandosi per strada e a un metro di distanza si consolano sorridenti:

c’è ancora la speranza in questi tempi.

L’Italia sa rialzarsi sempre dopo le cadute e,

anche se le tremano le vene, sa dire: “Andrà tutto bene!”.


A cura di Nicola Montereale

“Il diritto di opporsi” agli errori giudiziari e razziali

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Presentato al Toronto International  Festival, ”Il diritto di opporsi” è un film del 2019 diretto da Destin Daniel Cretton, una pellicola che segna il trionfo delle convenzioni, il punto di non ritorno di un errore giudiziario preso a modello di diseguaglianza ed emarginazione, l’eterna lotta razziale che trova compimento nella ricerca di un capro espiatorio, l’agnello da sacrificare all’altare dei clichè statunitensi.

Uno Stato, l’Alabama, che ti strappa via il cuore o qualsiasi altra parte anatomica del corpo martoriato di umiliante innocenza, con un piede nella fossa ed un braccio della legge divenuto braccio della morte.

E’ la propaggine de ”Il momento di uccidere” di Joel Schumacher (1996), il prosieguo de ”Il miglio verde” con Tom Hanks, il sequel di ”Hurricane” che valse l’Oscar a Denzel Washington. ”Il diritto di opporsi” racconta la vita mozzata di Walter McMilian, detto Johnny D., boscaiolo di una comunità nera arrestato ingiustamente, un uomo dalla sconfinata forza interiore, un interprete, Jamie Foxx, che, dopo la superlativa prova in ”Ray”, regala al pubblico un’espressività che coinvolge e stimola alla riflessione.

A difendere Johnny D. è il neofita avvocato difensore Bryan Stevenson, il Michael B. Jordan ”Torcia Umana” ne ”I Fantastici Quattro”, il ”Creed” dello spin-off dedicato al figlio di Apollo, co-protagonista nella saga di Rocky Balboa.

Stavolta Jordan indossa i guantoni sul ring della giurisprudenza, mettendo alle corde le discrepanze legali, costringendo all’angolo i falsi moralisti, i benpensanti uniti nell’endorsement all’applicazione della sedia elettrica, tema anacronistico ed attuale, un caso ogni nove imputati che risulta fallace o viziato da irregolarità, un dato allarmante che, di recente, il nostro Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha rendicontato anche alla  situazione italiana, snocciolando statistiche che toccano quasi 27mila persone, detenute a torto nelle carceri del nostro Paese.

Sceneggiato dallo stesso Cretton e da Andrew Lanham, ”Il diritto di opporsi” è prodotto, fra gli altri, proprio da Michael B. Jordan, e distribuito dalla Warner Bros, è il ritmo lento di chi, attraverso le musiche di Joel P. West, fiuta il triste epilogo, il climax che mina le fondamenta di un sistema stereotipato, una catena alimentare che relega gli indigenti al gradino più basso, gli ultimi che cercano riscatto nello stacanovismo e nella preghiera, nella rassegnazione e nell’attesa, restando umani sempre e comunque, con doveri e, soprattutto, diritti. Perché ”il contrario di ”ingiustizia” è ”speranza”…”


A cura del Direttore, Miky Di Corato

Cos’è l’ansia?

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Esiste qualcosa di più sconvolgente dell’ansia????
No!
L’ansia entra nei momenti in cui meno te l’aspetti, anche quando stai facendo la cosa più stupida, lei è sempre lì dietro l’angolo, pronta a vivere dentro di te!

Pronta a stravolgere la tua giornata, a toglierti il respiro, a far aumentare i battiti del tuo cuore e, anche se fuori fa caldo, tu inizi a tremare, a sentir freddo, a sudare freddo!!!!

Non sai per quale motivo lei abbia scelto te!

Te lo chiedi continuamente,
Ti chiedi perché tu non possa fare un’esperienza nuova,
Perché tu non possa passare in maniera tranquilla una serata dove c’è gente accanto a te, perché tu non possa intraprendere un viaggio in santa pace, perché tu debba disdire i tuoi piani all’ultimo momento!

Non c’è risposta ai tuoi perché!
Molte volte cerchi di nascondere le tue difficoltà, ma chi ti è accanto cerca di aiutarti!

Purtroppo, sentirsi dire “ cerca di respirare”, “ stai tranquilla”, non fa altro che peggiorare la situazione!

(Se avessimo saputo che respirare fosse la fine del problema, l’avremmo già fatto da tempo!)

Non saprei descrivervi l’ansia con un esempio, o forse sì!

Avete presente quella sensazione chiamata Spasmo Ipnico (quando stai dormendo e ti svegli, perché hai avuto la sensazione di essere caduto nel vuoto)?
Ecco, per noi ansiosi è così da svegli!
Sei sereno e, un attimo dopo sei caduto nel vuoto!

Molte volte, uno si chiede “perché proprio a me?”
Non c’è risposta alla tua domanda!

Non l’hai scelto tu, è lei che ha scelto te!


A cura di Luciana Figliolia

EMOZIONARTE – VI Edizione Mostra d’Arte Pittorica

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“Se c’è l’ispirazione, l’artista può fare a meno di molte cose per creare la sua opera, ma portare al mondo nuovi occhi è un’altra storia”

Per questo ci siamo uniti in un gruppo di artisti liberi, da emergenti a veterani, tutti insieme, con una semplicità non lasciata al caso. Ognuno con il suo percorso di sviluppo personale, con la sua visione di vita, ma uniti nella pacifica ribellione di manifestare contro la mancanza di spazi espositivi, senza limiti di tecnica, stile ed espressione linguistica, ma con un progetto che promuova l’arte contemporanea.

Vi aspettiamo dall’11 al 19 gennaio presso la Chiesa Sant’Antonio di Barletta.


La Redazione di Anima in Penna

Andria, Gagà per antonomasia

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Nella nostra città vi è un mix di atteggiamenti personali, insiti nella maggior parte di noi, più o meno accentuati in ciascuno di noi; questo mix crea una figura facilmente rappresentata da un termine gutturale: il Gagà.

Proviamo insieme a capirne le sue maggiori caratteristiche: il gagà ha una postura originale, mento in alto, petto in fuori, ma soprattutto bacino verso avanti e gambe aperte. Il gagà è uomo ma anche donna: è una persona molto sicura di sè in branco, ma molto insicura fuori dal gruppo.

Esistono vari soggetti con questo mix di atteggiamenti, c’è il gagà aristocratico e il gagà fantozziano, esiste il gagà analfabeta e il gagà delinquente.

Sociologicamente, possiamo ritrovare questo atteggiamento anche nei nostri antenati che ci hanno tramandato il nostro dialetto dai mille suoni gutturali quasi a rimarcare la necessità di sentirsi gagà.

In questo modo possiamo individuare nel gagaismo tutte quelle azioni o attitudini che sono caratterizzanti del gagà.

Mentre il gagaesimo sembra esserne la religione o il mantra della gente che ne segue le sue regole.

Quindi, quello che la città di Andria sta vivendo oggi è un incremento rapido ed esponenziale del gagaismo tra i giovani che, per delle perenni problematiche sociali, riescono meglio ad individuarsi nel gagaesimo.

Il gagà di solito è diretto, è furbo o pensa di esserlo, parcheggia l’auto salendo sui marciapiedi, getta la carta dal finestrino, guida senza guardare la segnaletica, fuma gettando filtri ovunque, ha quell’aria da onnipotente, è poliglotta parla italiano e dialetto.

E’ colui che si lamenta attribuendo la colpa agli altri, senza guardare i propri errori; il gagà teenager è quello che si ubriaca a dismisura e inveisce contro, urina al primo angolo disponibile e urla a squarciagola per sentirsi migliore.

Il gagà è anche radical chic, si sente unico mentre è omologato, rimane molto superficiale, ma crede di essere ben informato; ama gli animali, ma li lascia urinare ad ogni angolo; ha il posto fisso, ma non si applica, pensa di avere la soluzione migliore, ma non si aggiorna.

Il gagà pensa di avere rispetto per gli altri, ma non ha rispetto per se stesso, ha sempre quell’aria di sfida e guarda gli altri come se a lui non potesse succedergli nulla, perché, nella sua superficialità e ignobile furbizia, crede di avere una vita migliore.


A cura di Antonio Leonetti

IO PRENDO SEMPRE POSIZIONE

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Io prendo sempre posizione, mi astengo sempre.

Il mio astenermi, forse, è la dittatura più bella in assoluto. Lascio all’altro la possibilità di scegliere, di esaudire un suo piccolo desiderio. In quel momento penso di stare facendo tanto, sono il mezzo attraverso il quale quel desiderio prende vita.

Pensate se ognuno non prendesse mai una decisione, che mondo fermo che sarebbe. Quindi meno male che c’è gente che sceglie, rosso o nero, mare o montagna e mai è indifferente.

Non so bene dove collocarmi e già questo dice tutto. La risposta più insensata sarebbe “non mi piace categorizzare”, blasfemo! Noi amiamo le categorie, categorizziamo ogni cosa che vogliamo e che pensiamo: “voglio andare al mare perché mi fa stare bene”. La categoria del “benessere”, mah.

Forse la risposta più sensata sarebbe scelgo di non prendere posizione perché so quanto sia importante fare ciò che si vuole. Oggi voglio andare al cinema, al mare, al bar. Oggi voglio fare questa cosa, così e cosà. È qualcosa di stupendo. So quanto sia importante dire “okay” per qualcuno che ha voglia di fare due passi.

Ricordo, quando vivevo di voglie, ma non sono sicuro di questo. Mh, ricordando bene mi son reso conto che non ricordo nulla di tutto ciò. Pensandoci bene non ho assaporato quella sinfonia nascosta in quell’ “okay”. Sembra proprio che sia disinibito. Mi sveglio e c’è una donna che mi droga, mi giro un uomo che mi passa una canna. Resto in piedi, fatto, e questa coppia che urla. Anche se c’entro ben poco con la discussione iniziano a lanciarmi lacci emostatici, siringhe, cucchiaini e accendini.

Ho imparato quanto sia importante lanciare un okay anziché un cucchiaino.

Vivo avvolto da quei lacci, sdraiato su un lettino di siringhe osservando come tutto scorre. Mi alzo o dormo? Tanto che differenza fa.

Però che mondo grigio che c’è attorno!


A cura di Fabio Mansella

Il prof. Giorgio Gregorio Grasso e Sky Arte per Fidelis Arte Prima Edizione incontra Spazio M’Arte Brera-Milano

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L’artista Gianfranca Ricciardelli, Nicola Miracapillo, e il canale tv Sky Arte vi aspettano nella meravigliosa Chiesa di San Domenico ad Andria, per un viaggio artistico verso Milano.

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11-13 Gennaio 2020
Ingresso gratuito
11 Gennaio Inaugurazione ore 19.30
12 Gennaio ore 10.00 – 13.00; 17.00 – 21.00
13 Gennaio finissage ore 20.00
Visita guidata al Campanile dl San Domenico.


La redazione di Anima in Penna

La rivoluzione musicale dei Blonday

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I Blonday sono un gruppo musicale formato da 5 componenti: Valeria Mosca (voce), Peppe Fortunato (tastiere), Pino Mazzarano (chitarra), Pino Santoniccolo (basso) e Michele Abruzzese (batteria).

Contenitore musicale d’avanguardia, grazie ad una performance eclettica che spazia dalla musica italiana e internazionale, toccando generi musicali come il soul, pop, jazz, rock e disco music.

I Blonday rappresentano la rivoluzione musicale nel panorama pugliese, uno stile rivisitato, il loro, la sintesi perfetta fra competenza e passione, è il classico che abbraccia la novità, un terremoto sinfonico che scuote melodie anacronistiche impresse nella modernità retrò, ossimoro di un vento che trascina via i vecchi stereotipi per ammiccare ad un pubblico più eterogeneo.

E, allora, restate in ascolto, i Blonday ci faranno divertire, ballare ed emozionare come non mai…


La redazione di Anima in Penna

Tolo Tolo: il vanitoso declino di Checco Zalone

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La vanità è un pappagallo che salta di ramo in ramo”. A citare Gustave Flaubert è Checco Zalone nel suo nuovo film mellifluo, per dirla alla Salvini, “Tolo Tolo”, prodotto dalla Taodue, dalla Medusa e da Pietro Valsecchi. Accantonata la regia di Gennaro Nunziante, Luca Medici fa il suo esordio dietro la cinepresa come un deus ex machina che ammicca alla superpotenza nietzschiana comica.

Avvalendosi, per soggetto e sceneggiatura, della prestigiosa collaborazione del navigato Paolo Virzì, Checco Zalone affronta, da neofita, la sfida del quinto lungometraggio, percorso sterrato intrapreso da solo, anzi, da “tolo“ (disfemismo linguistico del bambino che, in seguito, adotterà), sulle orme del precedente lavoro “Quo Vado?”.

Una corsa ad ostacoli, migrazione inversa, luoghi esotici e lontani, la spasmodica e affannosa ricerca nel consegnare alla pellicola un barlume di azione che sopperisca alla stentata satira di temi, certo socialmente più evoluti, ma assolutamente triti e ritriti.

Preconizzato, in maniera geniale, da un videoclip a mò di trailer, Zalone ha spiazzato tutti con la solita controversia suscitata da un’attualità banalizzata fin dal primo frame, l’autodichia di un’Italia stereotipata, gli ossimori di uno sbarco in Libia minacciato dalle bombe di Haftar, le guerriglie anacronistiche di miliziani dell’Isis o di Boko Haram, un mal d’Africa sussurrato a voce grossa e grassa attraverso l’indigestione della desertica transumanza, sorseggiando acqua contaminata al gusto del tè di Bernardo Bertolucci, o di quello con Mussolini di Zeffirelliana e compianta memoria.

Proprio i riferimenti al Dux collocano Zalone nel limbo non solo territoriale, raccontato da “Tolo Tolo“, ma anche concettuale di chi intende esorcizzare il fascismo, annientandone l’apologia, stratificandone gli ideali, defenestrandone motti e citazioni, in una sorta di Legge Scelba che attecchisca, come humus, nel campo profughi di rifugiati politici e/o economici.

Il cameo di Barbara Bouchet, Enrico Mentana, Massimo Giletti e Nichi Vendola non conferisce alcun picco emozionale a quello che si appresta a diventare l’ennesimo successo al box office, l’ennesima melomane vetta da scalare nelle classifiche musicali, note, ancora una volta, sublimate dal talento di compositore di Zalone. L’omaggio a Nicola Di Bari, invece, non è altro che l’epifania amorosa nei confronti di una Puglia che si estende da Spinazzola a Gravina, da Minervino Murge alla provincia Barletta-Andria-Trani.

In “Tolo Tolo“ Checco Zalone incarna l’imprenditore medio, l’arrivismo estremo vidimato dall’ascesa politica di uno sguattero che pare fare il verso al nostro Ministro degli Esteri, ruoli apicali da assegnare con la stessa logica del Manuale Cencelli, il comma 22 che Joseph Heller menziona per evidenziare l’apparente scelta di non avere scampo, banche e barconi, eroe dei due mondi che zampilla fra più continenti, come un garibaldino pappagallo o un’infantile cicogna che salta di ramo in ramo in ossequio alla propria vanità.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

La Dea Fortuna: tra segreti, paure e amore ritrovato.

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Alessandro, nei panni di Edoardo Leo, e Arturo, nei panni di Stefano Accorsi, sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta cedendo al tempo che passa. Alessandro, idraulico affascinante che “porta a casa il pane”, Arturo, traduttore che vive una vita statica e di rimorsi: non è diventato né uno scrittore famoso né un professore universitario, soffre l’assenza di un rapporto non solo fisico ma soprattutto verbale con il suo partner Alessandro.

In questa routine, ormai rigida ed immobile dei due protagonisti, entrano impetuosamente Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli, Sandro e Martina, così tutti gli equilibri apparentemente saltano, o meglio si modificano in toto.

Annamaria deve sottoporsi ad alcuni esami medici ed affida, così, i figli alla coppia di amici, che si troveranno davanti ad una responsabilità mai prevista: relazionarsi con due bambini, che aprono loro gli occhi, ponendoli davanti ad una cruda realtà che li porta a chiedersi chi sono veramente.

La dea Fortuna, ultimo film di Ferzan Ozpetek, narra degli sguardi fissi e sfuggenti, dei rapporti umani che in quanto tali sono complicati e mutevoli, dei passati ingombranti, come quello di Annamaria, che da bambina viene rinchiusa, insieme a suo fratello, in un armadio sarcofago da sua madre.

 In una società troppo superficiale, quanto social, lo sguardo diventa il mezzo principale per condurti dritto al cuore, infatti “come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, prendi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.

Questo è l’insegnamento che Annamaria lascia in eredità ai suoi bambini, affinché possano imparare a guardare profondamente negli occhi e a distinguere il bene dal male.

Sandro e Martina, seppur piccoli, hanno già imparato a guardare dentro, in quegli occhi che sono lo specchio dell’anima, ed hanno aiutato Arturo e Alessandro a ritrovarsi, a guardarsi ancora negli occhi e a perdonarsi, perché in fondo, in questo film che ha uno sfondo drammatico è l’amore che vince e che riporta a galla, un amore che supera i limiti dell’omosessualità, un amore che rende genitori non di sangue ma di cuore proprio Arturo e Alessandro.


Di Alessandra Gattullo