Tolo Tolo: il vanitoso declino di Checco Zalone

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La vanità è un pappagallo che salta di ramo in ramo”. A citare Gustave Flaubert è Checco Zalone nel suo nuovo film mellifluo, per dirla alla Salvini, “Tolo Tolo”, prodotto dalla Taodue, dalla Medusa e da Pietro Valsecchi. Accantonata la regia di Gennaro Nunziante, Luca Medici fa il suo esordio dietro la cinepresa come un deus ex machina che ammicca alla superpotenza nietzschiana comica.

Avvalendosi, per soggetto e sceneggiatura, della prestigiosa collaborazione del navigato Paolo Virzì, Checco Zalone affronta, da neofita, la sfida del quinto lungometraggio, percorso sterrato intrapreso da solo, anzi, da “tolo“ (disfemismo linguistico del bambino che, in seguito, adotterà), sulle orme del precedente lavoro “Quo Vado?”.

Una corsa ad ostacoli, migrazione inversa, luoghi esotici e lontani, la spasmodica e affannosa ricerca nel consegnare alla pellicola un barlume di azione che sopperisca alla stentata satira di temi, certo socialmente più evoluti, ma assolutamente triti e ritriti.

Preconizzato, in maniera geniale, da un videoclip a mò di trailer, Zalone ha spiazzato tutti con la solita controversia suscitata da un’attualità banalizzata fin dal primo frame, l’autodichia di un’Italia stereotipata, gli ossimori di uno sbarco in Libia minacciato dalle bombe di Haftar, le guerriglie anacronistiche di miliziani dell’Isis o di Boko Haram, un mal d’Africa sussurrato a voce grossa e grassa attraverso l’indigestione della desertica transumanza, sorseggiando acqua contaminata al gusto del tè di Bernardo Bertolucci, o di quello con Mussolini di Zeffirelliana e compianta memoria.

Proprio i riferimenti al Dux collocano Zalone nel limbo non solo territoriale, raccontato da “Tolo Tolo“, ma anche concettuale di chi intende esorcizzare il fascismo, annientandone l’apologia, stratificandone gli ideali, defenestrandone motti e citazioni, in una sorta di Legge Scelba che attecchisca, come humus, nel campo profughi di rifugiati politici e/o economici.

Il cameo di Barbara Bouchet, Enrico Mentana, Massimo Giletti e Nichi Vendola non conferisce alcun picco emozionale a quello che si appresta a diventare l’ennesimo successo al box office, l’ennesima melomane vetta da scalare nelle classifiche musicali, note, ancora una volta, sublimate dal talento di compositore di Zalone. L’omaggio a Nicola Di Bari, invece, non è altro che l’epifania amorosa nei confronti di una Puglia che si estende da Spinazzola a Gravina, da Minervino Murge alla provincia Barletta-Andria-Trani.

In “Tolo Tolo“ Checco Zalone incarna l’imprenditore medio, l’arrivismo estremo vidimato dall’ascesa politica di uno sguattero che pare fare il verso al nostro Ministro degli Esteri, ruoli apicali da assegnare con la stessa logica del Manuale Cencelli, il comma 22 che Joseph Heller menziona per evidenziare l’apparente scelta di non avere scampo, banche e barconi, eroe dei due mondi che zampilla fra più continenti, come un garibaldino pappagallo o un’infantile cicogna che salta di ramo in ramo in ossequio alla propria vanità.


A cura del Direttore, Miky Di Corato

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